Incentivi e fondo decentrato

Matura responsabilità amministrativa in capo al dirigente che si liquida direttamente
le incentivazioni per il maggiore gettito derivante dalla lotta all’evasione Ici senza che
queste risorse siano state inserite nel fondo per la contrattazione decentrata della
dirigenza. È questo l’innovativo principio fissato dalla Corte dei conti della Puglia
(presidente Schlitzer e relatore Glinianski) con la sentenza n. 1066 del 20 settembre.
La sanzione è stata irrogata nella misura ridotta del 50% del compenso percepito in
ragione dell’utilitas comunque conseguita dall’ente a seguito dell’attività svolta dal
dirigente. L’importanza della sentenza è accresciuta dalla considerazione che i
principi in essa contenuti possono essere estesi a tutti i compensi previsti da
specifiche norme di legge, come l’incentivazione della realizzazione di opere
pubbliche, quello per i contenziosi vinti dagli avvocati dirigenti dell’ente eccetera. In
questo modo si sanziona un comportamento assai diffuso nelle pubbliche
amministrazioni, nonostante il testo unico sul lavoro pubblico, già nel 1993, abbia
stabilito che tutti i compensi ai dirigenti e ai dipendenti devono essere erogati
tramite il fondo per le risorse decentrate ed essere oggetto di contrattazione. In
contestazione non sono stati né la legittimità del compenso né la partecipazione del
dirigente, in quanto il legislatore e il contratto nazionale lo prevedono espressamente.
Il fatto che il Comune nel proprio Peg (strumento peraltro palesemente inadatto a
contenere scelte di questo tipo) avesse previsto l’erogazione diretta di questo
compenso non vale come esimente dalla maturazione di responsabilità: queste scelte
non hanno infatti «forza derogatoria delle disposizioni contrattuali, unica fonte
legittimata a disciplinare la materia è il contratto collettivo che impone che al
finanziamento della retribuzione di posizione e di risultato dei dirigenti si provvede
mediante l’utilizzo, tra l’altro, anche delle risorse che specifiche disposizioni di legge
finalizzano all’incentivazione di prestazioni o risultati raggiunti…( articolo 37 del
contratto nazionale del 10 aprile 1996) e che a tal fine sono utilizzate le risorse che
specifiche disposizioni di legge finalizzano all’incentivazione della dirigenza (articolo
26 del contratto nazionale del 23 dicembre 1999)». La sentenza rileva che la ratio
della disposizione con cui si richiede l’inserimento nel fondo di queste voci è quella di
consentire alle amministrazioni di effettuare «una preliminare valutazione della loro
incidenza sulla retribuzione di risultato spettante al dirigente interessato».

di Arturo Bianco – Il Sole 24Ore

Assunzione dirigenti a termine



Quando la mano destra non sa quello che fa la sinistra: devono essere così

sintetizzate le indicazioni contraddittorie dettate nei giorni scorsi in materia di

assunzioni a tempo determinato di dirigenti. Viene aumentata dal Dlgs n. 141/ 2011 –

pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale del 22 agosto – la possibilità di assumere dirigenti

e responsabili a tempo determinato. Ma poi, questa norma viene smentita di fatto

dalle limitazioni imposte, ad appena una settimana di distanza, dal parere delle sezioni

riunite di controllo della Corte dei conti n. 46. Senza dimenticare che, al contrario,

poche settimane prima, il 9 agosto, la sezione di controllo della magistratura contabile

del Lazio aveva ampliato la possibilità di effettuare queste assunzioni. Il fatto che

dalle norme e dalle interpretazioni più autorevoli arrivino conclusioni opposte, crea

ovviamente sconcerto negli operatori. Ma soprattutto si determinano condizioni di

incertezza, di difficoltà spesso non sostenibili e, comunque, di stallo nelle attività

amministrative. Il Dlgs n. 141/2011, conosciuto come «correttivo della legge

Brunetta», accogliendo parzialmente le richieste delle associazioni degli enti locali, ha

portato, negli enti giudicati virtuosi in base alle disposizioni dettate dal Dl n. 98/2011,

al 18% della dotazione organica le assunzioni a tempo determinato di dirigenti e

responsabili per la copertura di posti vacanti. Una possibilità che tutte le altre Pa

continua a essere limitata all’8%, cui nello Stato si deve aggiungere il 10% per i

dirigenti generali. Nella stessa direzione di ampliamento di queste possibilità va il

parere della magistratura contabile del Lazio n. 47/ 2011, che esclude da questi limiti

le assunzioni di dirigenti e responsabili a tempo determinato effettuate tramite

concorso pubblico e che estende la base di calcolo su cui effettuare il conteggio delle

assunzioni di queste figure per posti extra dotazione organica. Il parere n. 46 delle

sezioni riunite di controllo della Corte dei conti, mutando parzialmente i propri

orientamenti e smentendo le indicazioni del dipartimento della Funzione pubblica, ha

incluso per gli enti locali soggetti al patto di stabilità gli oneri per tutte le assunzioni a

tempo determinato entro il tetto della spesa consentita per finanziare le assunzioni a

tempo indeterminato (si veda Il Sole 24 Ore del 6 e del 7 settembre). Cioè entro il

20% della spesa del personale cessato nell’anno precedente.

Il parere ha escluso da tale vincolo solo le assunzioni necessarie all’erogazione di

servizi essenziali e infungibili e le massime urgenze. E vanifica nei fatti, quanto meno

per la gran parte dei Comuni e delle Province, la possibilità di dare corso ad assunzioni

di dirigenti, visti i ridottissimi margini previsti per la copertura dei relativi oneri. Non

vi sono dubbi sull’applicazione di questo vincolo alle assunzioni dei dirigenti e dei

responsabili a tempo determinato ex articolo 110 del Dlgs n. 267/2000, così come

sulla estensione anche agli uffici di staff degli organi politici. E ciò in quanto il nuovo

tetto opera per tutte le assunzioni flessibili. Sicuramente qualche incarico

dirigenziale potrà rientrare nella necessità di consentire l’erogazione di servizi

essenziali e infungibili, si pensi a quelli di ragioneria, alla polizia locale, ai servizi

sociali eccetera. Ma è evidente l’effetto di drastica limitazione della possibilità di

dare corso alle assunzioni di figure essenziali per il buon funzionamento delle

amministrazioni, non solo nella forma del tempo indeterminato ma anche con rapporti

flessibili, il che determina in molti enti una condizione di non sostenibilità e

probabilmente spingerà qualcuno a forzare oltre misura le deroghe che il parere

consente.

di Arturo Bianco – Il Sole 24Ore

Articolo 8 e licenziamenti: pro e contro

L’articolo 8 del Decreto legge per la Manovra Finanziaria, approvato ieri sera con voto di fiducia con 165 sì, 141 no e 3 astenuti, sta scatenando allarmismi e roventi polemiche, ma cosa prevede esattamente? Porterà con sé licenziamenti selvaggi? Quali sono i pro e quali i contro? Vediamo di fare chiarezza.

In sostanza l’articolo 8 contenuto nella Manovra Finanziaria prevede che: i contratti aziendali e territoriali possano operare «anche in deroga alle disposizioni di legge» ed alle «relative regolamentazioni contenute nei contratti collettivi nazionali di lavoro», quindi anche alle tutele dello Statuto dei lavoratori; le intese valide sono solo quelle «sottoscritte a livello aziendale o territoriale da associazioni comparativamente più rappresentative sul piano nazionale»; le intese aziendali non potranno in alcun modo andare contro la Costituzione e dovranno rispettare i vincoliimposti dalle normative comunitarie e dalle convenzioni internazionali sul lavoro.

La preoccupazione maggiore è che le aziende possano sfruttare tale norma per ricorrere a licenziamenti senza giusta causa, aggirando l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

La Cisl sottolinea che questo pericolo non esiste perché, come stabilito nell’articolo 8, solo i sindacati maggiormente rappresentativi – in sostanza Cgil, Cisl e Uil – potranno sottoscrivere deroghe a fronte di situazioni eccezionali, in più queste dovranno essere condivise dalle Rsu e votate dai lavoratori. Senza l’approvazione della maggioranza di tutti i soggetti coinvolti le deroghe non saranno valide.

Una lettura dell’articolo 18 condivisa da il presidente di Confindustria Veneto, Andrea Tomat, il quale afferma che «il rafforzamento della contrattazione è l’obiettivo dell’articolo 8» sottolineando come le imprese per competere abbiano «bisogno di flessibilità, ma al contempo di stabilità» e che «la nuova norma contenuta nella Manovra Finanziaria, non contraddice, ma riconosce e rafforza l’accordo interconfederale del 28 giugno scorso. Tale accordo rimane il nostro autonomo punto di riferimento nelle relazioni industriali. L’articolo 8 è pertanto un riconoscimento forte del ruolo della contrattazione con finalità, che per prime, saranno oggetto d’intesa fra le parti».

Anche la Uil ribadisce che «il testo recepisce i contenuti dell’accordo interconfederale di giugno, evitando, come da noi sollecitato la costituzione di sindacati di comodo e limitando il potere di deroga ai soli sindacati comparativamente più rappresentativi, ribadendo anche il principio maggioritario dell’accordo del 28 giugno».

Per il ministro del lavoro Maurizio Sacconi si tratta di una misura «rivoluzionaria» grazie alla quale «l’Italia ha davvero la possibilità di uscire dal Novecento ideologico» aiutando a far crescere imprese e lavoro nel nostro Paese.

Non sente ragioni invece la Cgil, che per voce di Susanna Camusso ribadisce le motivazioni dello sciopero indetto per martedì prossimo: «le modifiche della maggioranza di governo all’articolo 8 indicano la volontà di annullare il contratto collettivo nazionale di lavoro e di cancellare lo Statuto dei lavoratori, e non solo l’articolo 18, in violazione dell’articolo 39 della Costituzione e di tutti i principi di uguaglianza sul lavoro che la Costituzione stessa richiama».

di Noemi Ricci – www.pmi.it