E’ DANNO ERARIALE IL CONDONO FISCALE DELLE SANZIONI AL CODICE DELLA STRADA – SENTENZA CORTE DEI CONTI III SEZIONE D’APPELLO N. 519/2015

fatto e diritto

  1. Con la pronuncia in epigrafe la sezione Campania ha condannato numerosi esponenti del comune di Benevento a risarcire a quest’ultimo il danno scaturito dall’estensione sia oggettiva che temporale attribuita alla sanatoria ex art. 13 della legge n° 289/2002 (c.d. Finanziaria 2003): sanatoria nella quale quell’ente locale aveva reputato incluse anche le sanzioni pecuniarie dovutegli per violazioni del codice della strada e che, inoltre, era stata considerata applicabile anche per quelle violazioni che fossero state contestate ai relativi responsabili tra il 2003 e il 2005.

Dopo aver disatteso alcune eccezioni pregiudiziali (di nullità della citazione, di prescrizione e di non integrità del contraddittorio), la sezione di primo grado è pervenuta a tale pronuncia di condanna osservando che le sanzioni pecuniarie scaturenti da violazioni del codice della strada non hanno natura tributaria, laddove invece l’art. 13 della legge n° 289/2002 faceva esplicito riferimento ai “tributi propri”; e che inoltre la facoltà di sanatoria sancita da tale norma, necessariamente da intendersi circoscritta alle violazioni antecedenti l’introduzione della norma stessa, era stata invece reiteratamente prorogata fino a coprire le violazioni (al codice della strada) commesse sino alla fine del 2005. Il primo giudice ha peraltro abbattuto del 30% il complessivo danno erariale, alla luce delle delibere di proroga dei termini entro cui poter accedere alla sanatoria via via adottate dal comune di Benevento (in riferimento alla totalità dei crediti comunali inclusi nella sanatoria stessa); e ha escluso la sussistenza di una compensatio lucri cum damno, di un danno da disservizio e di un’esimente politica. Il conseguente danno erariale di € 412.923,48 è stato dunque ascritto secondo quote del:

à      10% all’assessore alle finanze, Costanzo Di Pietro;

à      12% al coordinatore del servizio tributi, Sergio De Cecio;

à      12% al dirigente del settore finanze, equamente suddiviso tra le due convenute (Antonietta Mastrocola e Margherita Pignatiello) che avevano guidato quell’ufficio negli anni in questione;

à      12% al segretario comunale, Antonio Orlacchio;

à      4% al direttore generale, Nicola Boccalone;

à      50% a trentatré consiglieri comunali, in proporzione al numero di delibere per le quali ciascuno di loro aveva espresso voto favorevole, tra quella mediante cui era stato esteso oggettivamente l’ambito di applicabilità della predetta sanatoria (ossia la n° 92 del 4 dicembre 2003) e le tre in forza delle quali nella sanatoria stessa era state via via incluse le violazioni stradali commesse nel 2003 (delibera n° 12 del 20 aprile 2004), nel 2004 (delibera n° 25 del 9 giugno 2005) ed infine nel 2005 (delibera n° 28 del 26 aprile 2006).

  1. Avverso tale sentenza, depositata il 30 giugno 2011, hanno proposto congiuntamente appello 21 dei 39 condannati, chiedendo preliminarmente la definizione agevolata del giudizio ed ottenendola tutti quanti. Tuttavia sette di quegli appellanti non hanno concretamente dato sèguito al predetto beneficio oppure vi hanno rinunciato: Sergio De Cecio (coordinatore del servizio Tributi) e i consiglieri comunali Antonio Capuano, Walter Corona, Federico Paolucci, Enrico Pascucci, Antonio Reale e Rosario Guerra (ciascuno dei quali aveva espresso voto favorevole a tutte e quattro le delibere consiliari su richiamate, salvo il Guerra soltanto a tre di esse). Perciò con sentenze n° 657/2013 e n° 778/2013 questa Sezione ha dichiarato estinto il giudizio d’appello nei riguardi di tutti coloro che avevano versato la somma rispettivamente dovuta per la definizione agevolata, nonché di un appellante (Raffaele Barricella) che medio tempore era deceduto.
  2. Con memoria depositata il 12 settembre 2013 i residui sette appellanti hanno insistito per l’accoglimento della loro impugnazione, in virtù dei motivi che verranno analiticamente illustrati nel prosieguo della presente sentenza (unitamente alle correlative considerazioni di questa Sezione). Qui va soltanto rilevato che in detta memoria, nonché nella successiva del 12 giugno 2014, fra quei residui appellanti risulta annoverato Daniele Nicastro: il quale, invece, aveva concretamente aderito all’ordinanza di ammissione alla definizione agevolata e perciò aveva beneficiato della declaratoria di estinzione di cui alla già menzionata sentenza n° 657/2013.

Con atto depositato il 20 settembre 2013 la Procura Generale ha contestato i motivi di gravame, del quale ha perciò chiesto l’integrale rigetto.

Con memoria depositata il 12 giugno 2014 gli appellanti hanno ulteriormente insistito per l’accoglimento della loro impugnazione.

All’udienza del 2 luglio 2014 la causa è stata discussa dalle parti e, quindi, trattenuta in decisione.

  1. Innanzitutto (parte prima paragrafo 1 dell’appello) viene eccepito il difetto di giurisdizione di questa Corte, atteso che l’art. 13 della legge n° 289/2002 non escluderebbe le entrate non tributarie (quali quelle per sanzioni pecuniarie da violazioni stradali) dalla sanatoria ivi prevista per le entrate tributarie. Basandosi su tale premessa gli appellanti lamentano che il primo giudice non avrebbe evidenziato la sussistenza dei presupposti che renderebbero sindacabili in sede giurisdizionale le scelte discrezionali di amministratori e dipendenti pubblici, fra le quali rientrerebbe l’estensione oggettiva e temporale attribuita alla sanatoria in argomento; e che l’asserita illegittimità delle delibere consiliari adottate dal comune di Benevento non poteva discendere semplicemente dalla circostanza che esse risultassero basate su quel medesimo art. 13.

Premesso che dalla sentenza di primo grado non risulta minimamente che sia stata contestata la giurisdizione di questa Corte, l’eccezione in tal senso va comunque disattesa perché l’eventuale insindacabilità di una scelta discrezionale comporta il rigetto della domanda di risarcimento del danno erariale e non già il difetto di giurisdizione: il quale, necessariamente, implica che sussista la giurisdizione di un diverso giudice.

  1. Viene poi eccepita (parte prima paragrafo 2) l’inammissibilità della citazione introduttiva, per superamento del termine di centoventi giorni: termine il cui dies ad quemcoinciderebbe, ad avviso degli appellanti, con quello in cui la citazione stessa sia stata notificata ad essi convenuti.

Premesso che dalla sentenza impugnata non risulta sollevata neppure siffatta eccezione, essa è comunque infondata perché, a dispetto del nomen iuris di citazione (il quale rimanda all’art. 163 c.p.c. e, quindi, ad una sua notificazione al convenuto la quale preceda il deposito dell’atto stesso presso la cancelleria del giudice adìto), invece nel giudizio di responsabilità amministrativa la citazione va previamente depositata affinché il giudice fissi l’udienza di discussione e soltanto successivamente ne avviene la notificazione al convenuto: talché è inevitabile che, al pari della generalità dei giudizi per i quali l’atto introduttivo assume il nomen iuris di ricorso, il giudizio stesso si considera pendente già allorquando la Procura regionale depositi la citazione stessa presso la cancelleria del giudice adìto.

  1. Sempre in via pregiudiziale (parte prima paragrafo 3) gli appellanti eccepiscono la nullità della citazione introduttiva, perché asseritamente priva dei requisiti di cui all’art. 164 c.p.c., in riferimento sia ai motivi di dedotta illegittimità delle delibere impugnate, sia al danno cagionato da tali delibere (indicato nella citazione stessa soltanto in maniera complessiva, anziché avendo riguardo a ciascuna di quei medesimi provvedimenti consiliari): con conseguente impossibilità di valutare distintamente la posizione di ciascun convenuto.

Tuttavia, posto che i requisiti di cui la citazione sarebbe priva siano quelli contemplati dall’art. 163 c.p.c. (quali richiamati dal primo e dal quarto comma dell’art. 164 c.p.c.), non si comprende quale sia lo specifico profilo di lesione del diritto di difesa: atteso che dalla citazione introduttiva era palese quale fosse il profilo di illegittimità nella condotta dei convenuti ed il danno erariale da essi arrecato. Inoltre l’assenza di uno specifico riparto quantitativo del danno ascrivibile a ciascun convenuto non appare aver concretamente eliso il rispettivo diritto di difesa.

  1. Gli appellanti si dolgono altresì di una violazione procedurale sul piano probatorio (parte prima paragrafo 4), atteso che i documenti prodotti in giudizio dalla Procura regionale, pur non indicati né nella citazione o in altro suo scritto di causa né in udienza, nondimeno erano stati reputati utilizzabili ai fini del decidere dal primo giudice; e che inoltre questi aveva trascurato di accertare quali fossero stati, negli anni precedenti a quelli interessati dalla sanatoria oggetto del contendere, gli introiti netti del comune di Benevento per sanzioni pecuniarie da violazioni stradali.

Quanto al primo dei suddetti profili non si comprende quale sia l’omissione che gli odierni appellanti ascrivono alla Procura regionale. Mentre la verifica istruttoria da essi invocata non risulta idonea a dimostrare che ex ante fosse altamente prevedibile che la sanatoria in argomento avrebbe portato a conseguenze economiche più favorevoli per il comune. Inoltre, posto che la condotta ascritta ai convenuti era illecita in sé e per sé, gravava su di loro l’onere di dimostrare che essa avesse comportato per la P.A. conseguenze più favorevoli rispetto alla condotta alternativa lecita.

  1. Viene pure reiterata (parte prima paragrafo 5) l’eccezione di prescrizione del danno erariale, sul presupposto secondo cui questo sarebbe venuto ad esistenza non nel momento in cui ciascun destinatario di una sanzione pecuniaria scaturita da una violazione stradale aveva concretamente aderito alla sanatoria (versando al comune di Benevento l’importo rispettivamente dovuto), bensì già con l’adozione della delibera consiliare che consentiva quella sanatoria. Delibera che, per ciascuna delle violazioni suscettibili di sanatoria, implicava la rinuncia di quell’ente locale alla differenza tra il credito originario e l’importo dovuto per accedere alla sanatoria stessa; e che risultava irrevocabile, da parte del comune stesso.

È però indubbio che quella rinuncia era subordinata all’effettiva adesione da parte di ciascun sanzionato: talché, ove tale adesione fosse mancata, la rinuncia stessa sarebbe risultata tamquam non esset e conseguentemente non sarebbe sussistito ab origine alcun danno erariale. Il quale, dunque, si era concretizzato soltanto al momento di quell’adesione.

  1. Nel merito (parte seconda paragrafo 1) viene lamentato il difetto di motivazione della sentenza impugnata, in riferimento a numerose doglianze di merito che gli odierni appellanti avevano addotto in prime cure.

Tuttavia, posto che quelle doglianze non risultano esplicitamente e specificamente riproposte nel gravame (in violazione dell’art. 342 c.p.c.), è irrilevante che il primo giudice possa aver omesso di confutarne qualcuna.

  1. Viene altresì negata (parte seconda paragrafi 2 e 2.1) l’illegittimità delle delibere consiliari che costituirebbero il presupposto della responsabilità amministrativa ascritta agli odierni appellanti: sostenendo costoro che il comune di Benevento potesse disporre, nel senso di cui alle quattro delibere consiliari su menzionate, anche di entrate diverse da quelle tributarie, onde superare l’incertezza dei contenziosi e delle difficoltà di recupero concernenti la specifica tipologia di entrate per cui è lite.

In contrario vanno però richiamate le lucide osservazioni del giudice di prime cure (pag. 9 della sentenza impugnata), secondo cui la sanatoria de qua era stata estesa alle sanzioni pecuniarie da violazioni stradali grazie alla delibera consiliare n° 92/2003: che per il resto concerneva esclusivamente entrate tributarie. Perciò risulta totalmente indimostrato che, da parte degli odierni appellanti, vi sia stato il travaglio concettuale e la previa analisi fattuale propalati alle pagg. 17 – 19 dell’atto d’appello, anziché un mero ed inescusabile error iuris (del quale nell’odierno gravame essi implicitamente riconoscono l’esistenza).

  1. Viene altresì contestato (parte seconda paragrafo 3) l’assunto della sentenza impugnata secondo cui, in assenza della sanatoria per cui è lite, il comune di Benevento avrebbe conseguito introiti più elevati in relazione alle sanzioni pecuniarie incluse della sanatoria stessa.

In proposito, come già osservato a detrimento dell’eccezione pregiudiziale concernente la prova posta a fondamento della condanna degli appellanti, è sufficiente ribadire come gravasse su costoro l’onere di dimostrare che ex ante fosse altamente prevedibile che la sanatoria in argomento (in sé illecita) avrebbe comportato conseguenze economiche più favorevoli per il comune, rispetto alla condotta alternativa lecita. Inoltre la doglianza risulta generica perché, ammesso che la prova a quel riguardo fosse stata già versata in atti, gli appellanti avrebbero comunque dovuto evidenziare analiticamente nel loro gravame quali fossero stati quei vantaggi per l’ente locale.

  1. Viene altresì contestato (parte seconda paragrafo 4) che, nella sentenza impugnata, la colpa grave discenderebbe semplicemente dalla natura extratributaria delle sanzioni ammesse a sanatoria.

Però anche a questo riguardo tutto il travaglio psicologico propalato dagli appellanti (ossia l’ipotizzabile plausibilità dell’estensione della sanatoria anche alle entrate diverse da quelle tributarie, le difficoltà finanziarie dell’ente locale in assenza di tale estensione, la difficoltà di riscossione coattiva delle sanzioni da violazioni stradali, ecc.) risulta assolutamente indimostrato, stante la totale laconicità motivazionale delle delibere richiamate nella sentenza impugnata. O, addirittura, esso è basato su argomentazioni palesemente inconferenti: quali quelle riguardanti una sanatoria introdotta, vari anni dopo i fatti per cui è lite, dal D.L. n° 78/2009.

  1. Viene pure negato (parte seconda paragrafo 5) il carattere di eccezionalità della sanatoria stessa.

Invece palesemente quel carattere sussisteva sul piano oggettivo, com’è ovvio per qualunque sanatoria: talché era concettualmente esclusa la possibilità di estenderla ad entrate diverse da quelle tributarie.

  1. Infine nella parte terza del loro gravame gli odierni appellanti, in riferimento al quantum debeatur, contestano la denegata applicazione del potere riduttivo e della compensatio lucri cum damno, nonché si dolgono del carattere presuntivo della quantificazione stessa (quale specificamente evidenziato alle pagg. 17 – 19 della memoria difensiva in appello) e dell’illogicità ed insufficienza della motivazione in ordine al riparto interno del danno.

Tuttavia le doglianze degli appellanti risultano essenzialmente teoriche: essendo invece ragionevole e congruamente motivata la sentenza impugnata anche riguardo al quantum debeatur e non essendo sufficiente ad inficiarla la circostanza che concretamente qualcuna delle sanzioni pecuniarie oggetto della sanatoria potesse esser stata comminata in misura superiore a quella minima dovuta nel caso di mancata impugnazione della sanzione stessa.

  1. Le spese di giustizia seguono la soccombenza e vengono liquidate in dispositivo.

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Proventi multe e incentivi personale

Nella delibera n. 1068 depositata il 23 dicembre 2010 la Corte dei Conti, Sezione

regionale di controllo per la Lombardia, ha fornito una serie di chiarimenti

relativamente alla possibilità di finanziare gli incentivi del personale della polizia

locale tramite le sanzioni al codice della strada, tra i quali la precisazione che non è

possibile prevedere meccanismi di incentivazione del personale ma solo specifici

progetti nei termini e nei limiti previsti dall’art. 5 bis dell’art. 208 del Codice della

strada, nonchè la conferma che tali spese non derogano al divieto di incrementare le

risorse per la contrattazione integrativa.

PROVENTI E SANZIONI AMMINISTRATIVE PER LE VIOLAZIONI AL CODICE DELLA STRADA

L’art. 208 del Codice della strada (Dlgs. 30 aprile 1992, n. 285, come modificato ed integrato con successive norme: art.15 del D.Lgs. 9/2002, art.1, comma 564, della legge 296/2006), nella sua versione precedente, stabiliva che i proventi relativi alle sanzioni stradali, per la parte di competenza degli enti locali, fossero destinati per una quota pari al 50% al fine di consentire agli organi di polizia locale di effettuare, nelle scuole di ogni ordine e grado, corsi didattici finalizzati all’educazione stradale, e agli altri interventi meglio di seguito precisati:

– miglioramento della circolazione sulle strade, anche attraverso assunzioni stagionali a progetto nelle forme di contratti a tempo determinato e altre forme flessibili di lavoro;

– potenziamento ed al miglioramento della segnaletica stradale;

– alla redazione dei piani urbani del traffico e dei piani del traffico per la viabilità extraurbana di cui all’art. 36 dello stesso codice della strada;

– fornitura di mezzi tecnici necessari per i servizi di polizia stradale di competenza;

– alla realizzazione di interventi relativi alla mobilità ciclistica;

– infine in misura non inferiore al 10% della predetta quota ad interventi per la sicurezza stradale in particolare a tutela degli utenti deboli: bambini, anziani, disabili pedoni e ciclisti.

La ratio legis della norma dell’art. 208 citato, sin dalla sua versione originaria, è duplice: da un lato, il legislatore persegue la finalità di accrescere la sicurezza sulle strade imponendo alle Amministrazioni locali di utilizzare una parte delle risorse derivanti dall’accertamento di violazioni, alle disposizioni contenute nel Codice della Strada, per effettuare interventi per tale finalità, sia attraverso l’educazione degli utenti, che attraverso interventi diretti a rendere più sicuro l’utilizzo delle vie pubbliche; dall’altro, viene perseguito un fine di natura contabile, teso a garantire gli equilibri di bilancio delle Amministrazioni locali, evitando che queste possano destinare a spese correnti, di natura stabile e ricorrenti, entrate che, invece, sono tendenzialmente aleatorie ed incerte nel loro ammontare.

Difatti, il codice della strada è stato oggetto di numerose modifiche ad opera della legge 29/07/10 n. 120, che ha integrato l’articolo 208, il cui estratto è riportato di seguito:

1. I proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie per violazioni previste dal presente codice sono devoluti allo Stato, quando le violazioni siano accertate da funzionari, ufficiali ed agenti dello Stato, nonché da funzionari ed agenti delle Ferrovie dello Stato o delle ferrovie e tranvie in concessione. I proventi stessi sono devoluti alle regioni, province e comuni, quando le violazioni siano accertate da funzionari, ufficiali ed agenti, rispettivamente, delle regioni, delle province e dei comuni.

4. Una quota pari al 50 per cento dei proventi spettanti agli enti di cui al secondo periodo del comma 1 e’ destinata:

a) in misura non inferiore a un quarto della quota, a interventi di sostituzione, di ammodernamento, di potenziamento, di messa a norma e di manutenzione della segnaletica delle strade di proprietà dell’ente;

b) in misura non inferiore a un quarto della quota, al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni in materia di circolazione stradale, anche attraverso l’acquisto di automezzi, mezzi e attrezzature dei Corpi e dei servizi di polizia provinciale e di polizia municipale di cui alle lettere d-bis) ed e) del comma 1 dell’articolo 12;

c) ad altre finalità connesse al miglioramento della sicurezza stradale, relative alla manutenzione delle strade di proprietà dell’ente, all’installazione, all’ammodernamento, al potenziamento, alla messa a norma e alla manutenzione delle barriere e alla sistemazione del manto stradale delle medesime strade, alla redazione dei piani di cui all’articolo 36, a interventi per la sicurezza stradale a tutela degli utenti deboli, quali bambini, anziani, disabili, pedoni e ciclisti, allo svolgimento, da parte degli organi di polizia locale, nelle scuole di ogni ordine e grado, di corsi didattici finalizzati all’educazione stradale, a misure di assistenza e di previdenza per il personale di cui alle lettere d-bis) ed e) del comma 1 dell’articolo 12, alle misure di cui al comma 5-bis del presente articolo e a interventi a favore della mobilità ciclistica.

5. Gli enti di cui al secondo periodo del comma 1 determinano annualmente, con delibera della giunta, le quote da destinare alle finalità di cui al comma 4. Resta facoltà dell’ente destinare in tutto o in parte la restante quota del 50 per cento dei proventi alle finalità di cui al citato comma 4.

5-bis. La quota dei proventi di cui alla lettera c) del comma 4 può anche essere destinata ad assunzioni stagionali a progetto nelle forme di contratti a tempo determinato e a forme flessibili di lavoro, ovvero al finanziamento di progetti di potenziamento dei servizi di controllo finalizzati alla sicurezza urbana e alla sicurezza stradale, nonché a progetti di potenziamento dei servizi notturni e di prevenzione delle violazioni di cui agli articoli 186, 186-bis e 187 e all’acquisto di automezzi, mezzi e attrezzature dei Corpi e dei servizi di polizia provinciale e di polizia municipale di cui alle lettere d-bis) ed e) del comma 1 dell’articolo 12, destinati al potenziamento dei servizi di controllo finalizzati alla sicurezza urbana e alla sicurezza stradale.

Le novità legislative riguardano, in primis, l’introduzione analitica delle finalità perseguibili con i proventi in questione, nonché la quota imprescindibile pari al 50% dei proventi spettanti agli enti locali da destinare alle finalità delle lettere a), b) e c) del comma 4, determinando nell’ambito delle stesse un limite minimo di un quarto (del 50%) per ciascuna delle prime due lettere; viene ribadito l’obbligo per gli enti locali di approvare annualmente, con apposita delibera della Giunta, la destinazione dei proventi alle finalità dell’art. 208, lasciando la facoltà all’ente di destinare il restante 50%, anche per intero, alle medesime finalità e si impone l’obbligo di rendiconto al termine dell’esercizio per permettere ai competenti Ministeri di svolgere i prescritti riscontri.

Viene aggiunta, alla possibilità di procedere ad assunzioni stagionali a progetto e nelle forme contrattuali flessibili, anche la facoltà di procedere al finanziamento di progetti di potenziamento dei servizi di controllo per migliorare la sicurezza urbana e stradale, nonché al potenziamento dei servizi notturni e di prevenzione delle violazioni degli articoli inerenti la guida sotto l’effetto di alcool o sostanze stupefacenti.

L’interpretazione porta a riferirsi alle prestazioni lavorative aggiuntive o che comportano maggiore impegno e presenza sui luoghi di lavoro (turnazione, lavoro straordinario, flessibilità oraria) espressamente finalizzate al potenziamento delle attività di controllo e di accertamento delle violazioni. In senso contrario, si risolverebbe il quesito nel caso di nuove assunzioni perché il legislatore espressamente disciplina la sola fattispecie ammessa delle assunzioni di stagionali a progetto.

Sul medesimo presupposto sarebbe ammessa la possibilità di finanziarie, con i proventi in questione, il prolungamento dell’orario di lavoro di unità di personale già inserite nella struttura organizzativa dell’ente e che prestano la propria attività lavorativa a tempo parziale presso il servizio di Polizia municipale o provinciale.

Si può sostenere che, con questa disposizione, il legislatore abbia voluto riconoscere valore alla maggiore efficienza e al maggior risparmio realizzabile utilizzando il medesimo personale, dotato di divise e mezzi tecnici già nella disponibilità dell’ente, superando la lettura interpretativa precedente che non ravvisava la connessione tra tale spesa e il “miglioramento della circolazione stradale”.

In riferimento agli oneri previdenziali o fiscali riferiti alle posizioni lavorative degli appartenenti al corpo della Polizia municipale e alla previdenza integrativa, già la sentenza della Corte Costituzionale n. 426 del 17.10.2000 si era pronunciata sulla legittimità costituzionale dell’art. 208, commi 2, lett. a) e 4, c.d.s. nella parte in cui consente di destinare a previdenza integrativa del personale della polizia municipale una parte dei proventi delle sanzioni amministrative pecuniarie previste dal codice della strada, chiarendo che “la normativa richiamata mostra che il legislatore ha inteso costituire un fondo speciale, alimentato dai proventi delle sanzioni amministrative derivanti dalle violazioni al codice della strada, a disposizione degli enti locali, per provvedere, secondo la discrezionalità che è loro riconosciuta dal comma 4 della disposizione denunciata, a specifiche finalità di promovimento del buon funzionamento della circolazione stradale e per tenere conto delle condizioni, che possono essere di particolare disagio sotto il profilo della sicurezza e della salute, dei soggetti preposti al controllo del rispetto delle regole della circolazione stradale medesima. Il legislatore non ha invece affatto costituito un fondo a disposizione del personale del Corpo di polizia municipale.

In altri termini, la norma impugnata (comma 4 dell’art. 208) concerne i poteri degli enti locali e la relativa provvista di risorse. Le determinazioni degli enti locali stessi sono condizionate dall’esistenza di tali risorse, e quindi dall’attività dei funzionari preposti ad accertare la violazione delle norme del codice della strada ma, entro la disponibilità delle risorse medesime, non c’è alcun legame tra queste e la loro destinazione a scopi assistenziali e previdenziali a favore degli agenti della polizia locale o ad altri fini previsti dalla legge”.