Il termine previsto per la ripresa del procedimento disciplinare sospeso in pendenza di procedimento penale, decorre dalla comunicazione alla P.A. del provvedimento giudiziale penale comprensivo di motivazione – CORTE DI CASSAZIONE Sentenza n. 23387 del 17/7/2026

Il termine previsto per la ripresa del procedimento disciplinare sospeso in pendenza di procedimento penale, decorre dalla comunicazione alla P.A. del provvedimento giudiziale penale comprensivo di motivazione - CORTE DI CASSAZIONE Sentenza n. 23387 del 17/7/2026

La Corte richiama il principio dalla stessa affermato (Cass. n. 18362/2023) secondo cui in tema di pubblico impiego contrattualizzato, il termine previsto dall’art. 55-ter, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001 (nel testo ratione temporis applicabile antecedente alla modifica attuata dal d.lgs. n. 75/2017), per la ripresa del procedimento disciplinare sospeso in pendenza di procedimento penale, decorre dalla comunicazione alla P.A. del provvedimento giudiziale penale comprensivo di motivazione, in quanto, sul piano letterale, la norma citata fa riferimento alla sentenza, e, su quello sistematico, va letta congiuntamente all’art. 154-ter disp. att. c.p.p., ove pure si distingue fra comunicazione d’ufficio del dispositivo e trasmissione, a richiesta, della copia integrale del provvedimento, che costituisce notizia “circostanziata” dell’illecito ai fini del rinnovo della contestazione dell’addebito da parte dell’autorità disciplinare competente. Più di recente la Corte (Cass. n. 7267/2024), nel ribadire detto orientamento, ha escluso l’asserito carattere innovativo della modifica apportata dal d.lgs. n. 75/2017 quanto alla individuazione del dies a quo fissato ai fini della riattivazione del procedimento disciplinare. Al richiamato principio il Collegio intende dare continuità, perché meritano piena condivisione le argomentazioni, richiamate ex art. 118 disp. att. c.p.c., poste a fondamento della pronuncia, con la quale si è evidenziato che: «è condivisibile la decisione della Corte territoriale laddove ha ritenuto che «attesa la natura perentoria del termine di 60 giorni in discussione … è necessario ancorare il dies a quo per la decorrenza del termine ad un evento certo quale la comunicazione della cancelleria». Condivisibile è anche l’assunto che la modifica apportata all’art. 55-ter, comma 4, del d.lgs. n. 165 del 2001 dal d.lgs. n. 75 del 2017 (che ha aggiunto le parole «da parte della cancelleria del giudice») «non ha una portata innovativa della previsione precedente, bensì una valenza solo interpretativa». Non si tratta di riconoscere efficacia retroattiva alla modifica introdotta nel 2017 (e non applicabile nel caso di specie ratione temporis, posto che l’illecito disciplinare era stato commesso in precedenza: v. art. 22, comma 12, d.lgs. n. 75 del 2017), ma anzi proprio di constatare che l’intervenuta modifica legislativa non incide sull’interpretazione del testo previgente, nemmeno nel senso di imporre al giudice una interpretazione a contrario desunta solo dal tenore della norma sopravvenuta. La tesi secondo cui il dies a quo dovrebbe in ogni caso essere individuato nella scadenza del termine assegnato alla cancelleria del giudice penale per comunicare la sentenza alla pubblica amministrazione, oltre ad essere smentita dal tenore letterale dell’art. 55-ter, comma 4, d. lgs. n. 165 del 2001, è anche irrazionale, perché pretende di fare decorre un termine perentorio fissato per un adempimento della pubblica amministrazione datrice di lavoro dalla scadenza di un termine fissato ad altra e diversa amministrazione.» A dette considerazioni va aggiunto che il d.lgs. n. 150/2009, oltre a dettare la disciplina dei «rapporti fra procedimento disciplinare e procedimento penale», ha anche contestualmente inserito nel codice di procedura penale l’art. 154 ter, intitolato «comunicazione della sentenza penale», sicché l’interpretazione sistematica dell’art. 55 ter, comma 4, del d.lgs. n. 165/2001 induce a ritenere che la comunicazione alla quale la disposizione fa riferimento non possa che essere quella imposta dal legislatore alla cancelleria del giudice penale.

Fonte: ARANAGENZIA

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Rapporto tra procedimento disciplinare e sentenza penale – Corte di Cassazione Ordinanza 12448 del 4/5/2026 

Rapporto tra procedimento disciplinare e sentenza penale - Corte di Cassazione Ordinanza 12448 del 4/5/2026 

La Corte sottolinea l’orientamento già espresso (Cass. n. 6514/2025) secondo cui “L’art. 55-ter, comma 2, del d.lgs. n. 165 del 2001, nel testo introdotto dall’art. 69 del d.lgs. n. 150 del 2009, si interpreta nel senso che, qualora sia intervenuta una sentenza irrevocabile di assoluzione che riconosce che il fatto addebitato al dipendente non sussiste o non costituisce illecito penale o che il dipendente medesimo non lo ha commesso, ad istanza di parte da proporsi entro il termine di decadenza di sei mesi dall’irrevocabilità della pronuncia penale, l’ufficio competente è tenuto a riaprire il procedimento disciplinare per modificarne o confermarne l’atto conclusivo in relazione all’esito del giudizio penale anche nel caso in cui sia intervenuto il giudicato civile sulla legittimità della sanzione disciplinare irrogata prima della sentenza penale irrevocabile” La disciplina dettata dai commi 2 e 3 dell’art. 55 ter d.lgs. n. 165/2001, che non è stata incisa dalla novella normativa del 2017, si è resa, infatti, necessaria per evitare esiti del procedimento disciplinare non coerenti con quelli del processo penale. La necessità di una nuova valutazione non comporta l’automatica caducazione della sanzione inflitta, bensì l’obbligo per la PA di riaprire il procedimento “per modificarne o confermarne l’atto conclusivo” e si impone in quanto, affinché la sentenza penale possa impedire l’irrogazione della sanzione, è necessario che la stessa abbia escluso la materialità delle condotte e non la sola rilevanza penale delle stesse e l’esclusione deve avere ampiezza tale da non lasciare residuare elementi fattuali, ricompresi dell’originaria contestazione, che possano avere una autonoma rilevanza (Cass. n. 19514/2024). La Corte, poi, chiamata a pronunciarsi sulla compatibilità del comma 3 dell’art. 55 ter d.lgs. citato con il divieto del ne bis in idem, oltre a ribadire la diversità tra il potere disciplinare delle Pubbliche Amministrazioni e quello del datore di lavoro privato, ha escluso il denunciato contrasto con la CEDU, Protocollo 7, art. 4, rilevando che per la stessa giurisprudenza della Corte EDU la sanzione disciplinare non è assimilabile a quella penale né può configurarsi, nel caso de quo, una riedizione del potere disciplinare stesso (Cass. n. 25485/2017).

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Procedimento disciplinare e procedimento penale – Corte di Cassazione Ordinanza 6420 del 18/3/2026 

Procedimento disciplinare e procedimento penale - Corte di Cassazione Ordinanza 6420 del 18/3/2026 

La Corte sottolinea che la sentenza penale di assoluzione non comporta automaticamente l’archiviazione del procedimento disciplinare, che può essere riattivato; è però possibile, entro i limiti della contestazione iniziale e del diritto di difesa, modificare l’addebito disciplinare in seguito all’evoluzione della vicenda penale. Il giudicato penale, infatti, attiene alla fattispecie di reato ma non preclude una autonoma valutazione della medesima vicenda in sede disciplinare, anche sulla base degli accertamenti compiuti nel processo penale, fermo restando il solo limite dell’immutabilità dell’accertamento dei fatti nella loro materialità (cfr. Cass. SS.UU. 14344/2015 e Cass. 20385/2021). In sostanza, la definizione finale dell’addebito non consente l’introduzione di fatti del tutto nuovi e autonomi rispetto a quelli originariamente contestati, ma ammette una loro riformulazione o puntualizzazione alla luce degli esiti del procedimento penale. Quanto alla sospensione cautelare, la Corte di Cassazione ribadisce che essa costituisce una misura provvisoria e interinale, la cui legittimità può essere valutata solo all’esito del procedimento disciplinare: soltanto l’erogazione della sanzione espulsiva ne giustifica retroattivamente l’adozione. In caso contrario, la sospensione deve ritenersi caducata (cfr. Corte Cost. 168/1973). La sospensione facoltativa è finalizzata a tutelare l’immagine e il prestigio dell’Amministrazione e richiede una valutazione concreta della gravità dei fatti. Tali principi trovano coerente applicazione nel CCNL 11 aprile 2008 che, agli artt. 4 e 5, disciplina il rapporto tra procedimento disciplinare e procedimento penale, consentendo la riattivazione di quest’ultimo in presenza di profili di rilevanza esclusivamente disciplinare, nonché il conguaglio delle somme corrisposte a titolo di assegno alimentare nei limiti e alle condizioni ivi stabilite.

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