LEGITTIMO IL LICENZIAMENTO PER FALSA ATTESTAZIONE IN SERVIZIO – CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 17637/2016

falsa-attestazione-in-servizio“Oggettivamente idonea a indurre in errore l’amministrazione circa la presenza effettiva sul luogo di lavoro ed integra il reato di truffa aggravata ove il pubblico dipendente si allontani senza far risultare, mediante timbratura del cartellino o della scheda magnetica, i periodi di assenza.”

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LICENZIAMENTO DIPENDENTE CHE SVOLGE ALTRO LAVORO MENTRE ASSENTE PER MALATTIA – CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 18507/2016

licenziamento-giusta-causa“Lo svolgimento di altra attività lavorativa da parte del dipendente assente per malattia può giustificare il recesso del datore di lavoro in relazione alla violazione dei doveri generali di correttezza e buona fede e degli specifici obblighi contrattuali di diligenze e fedeltà, oltre che nell’ipotesi in cui tale attività esterna sia di per sé sufficiente a far presumere l’inesistenza della malattia, dimostrando quindi una fraudolenta simulazione, anche nel caso in cui la medesima attività, valutata con giudizio ex ante, in relazione alla natura della patologia e delle mansioni svolte, possa pregiudicare o ritardare la guarigione e il rientro in servizio, con conseguente irrilevanza della tempestiva ripresa del lavoro alla scadenza del periodo di malattia”.

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CORRETTO IL LICENZIAMENTO DEL MEDICO CHE VIENE MENO ALLA LEALTA’ E BUONA FEDE – CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 19933/2016

lealta-e-buona-fede-medico“Il medico dirigente per convenzione, in rapporto di lavoro
pubblico contrattualizzato non esclusivo, che durante il periodo di assenza per malattia presti
attività libero-professionale preso una casa di cura privata, sia pure per un breve arco
temporale ed in misura limitata, senza avere offerto la prestazione lavorativa alla
Amministrazione datrice di lavoro, viene meno ai canoni della reciproca lealtà e della buona
fede che nel rapporto di lavoro devono connotare le reciproche obbligazioni delle parti, anche al
fine del buon andamento dell’Amministrazione. Tale condotta è di per sé suscettibile di rilievo
disciplinare”.

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L’AZIONE RISARCITORIA PER IL DANNO ALL’IMMAGINE E’ SEMPRE DOVUTA IN CONSEGUENZA DELLA DIFFUSIONE DI NOTIZIE ALL’OPINIONE PUBBLICA – CORTE DI CONTI VENETO SENTENZA N. 85/2016

danno all'immagineSVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con atto di citazione, depositato nella Segreteria della Sezione il 7/8/2015, ritualmente notificato il 22 settembre 2015, la Procura Regionale ha convenuto in giudizio il Sig. BIGARDI Enzo Carlo, all’epoca dei fatti Assessore ai Lavori Pubblici del Comune di Casaleone (VR), per sentirlo condannare al risarcimento del danno cagionato al Comune di Casaleone (VR), quantificato in euro 34.698,78, oltre alla rivalutazione monetaria secondo gli indici ISTAT, agli interessi legali decorrenti dal deposito della sentenza fino all’effettivo soddisfo ed alle spese di giustizia, queste ultime in favore dello Stato.

Il P.M., nel ricostruire i fatti salienti che la caratterizzano, ha riferito che la vicenda giudiziale traeva origine da specifica e concreta notizia di danno costituita dalla segnalazione (notitia damni) avvenuta mediante invio, da parte Corte di Appello di Venezia – Prima Sezione Penale con nota pervenuta alla Procura in data 6 maggio 2013, prot. n. 3047, di copia della sentenza n. 428 del 25/3/2013 emessa dalla medesima nei confronti del Bigardi riconosciuto colpevole del delitto di concussione continuata (artt. 81 cpv. e 317 c.p.).

In particolare, la Procura ha evidenziato che tale pronuncia, in parziale riforma della sentenza di primo grado emessa dal Tribunale di Verona in data 29/6/2010, riduceva la pena inflitta all’imputato, condannandolo ad anni quattro e mesi sei di reclusione, rispetto alla pena originaria irrogata di anni cinque di reclusione, confermando, nel resto, la sentenza del giudice di prime cure, ritenendo colpevole il Bigardi del reato di concussione continuata, di cui agli art. 81 cpv. e 317 c.p., perché, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, abusando della sua qualità di assessore ai lavori pubblici del Comune di Casaleone (VR), minacciava il sig. Mouadden Rachid – dipendente del predetto Comune con mansioni di operatore ecologico – che, se non gli avesse dato dei soldi, lo avrebbe licenziato, costringendo, quindi, il soggetto passivo a dargli, in circa quaranta occasioni, somme di denaro per l’ammontare complessivo di 20.000.000 lire circa, con fatti svoltisi in Casaleone, dal 1998 fino ad epoca antecedente e prossima al 27 maggio 2002.

Secondo la ricostruzione dei fatti esposta dalla Procura e mutuata dalla sentenza del Tribunale di Verona all’esito dell’istruttoria dibattimentale, il primo episodio della condotta concussiva, risalirebbe all’anno 1998 e narra di una dazione di denaro di lire 200.000, proveniente dal sig. Mouadden, elargita in favore del sig. BIGARDI, avvenuta pacificamente a titolo di prestito (cfr. causale: presunto pagamento di una multa senza che sua moglie venisse a saperlo; cfr. sent. pen.n. 428/2013 della Corte d’Appello di Venezia), cui è seguita una serie ininterrotta, quanto frequente, di episodi similari di richieste fatte dal sig. BIGARDI al sig. Mouadden, con conseguenti e continue dazioni di denaro da parte di quest’ultimo.

Le richieste di denaro sono state precedute dalla minaccia, proveniente dal sig. BIGARDI, che il Mouadden sarebbe divenuto un “ex dipendente” qualora vi si fosse sottratto, a causa del suo licenziamento che il concussore avrebbe ottenuto.

Successivamente e fino all’anno 2002, anno nel quale BIGARDI è decaduto dalla carica di Assessore, le richieste si sarebbero intensificate e divenute insistenti giacché, a fronte di singole dazioni ammontanti a non più di lire 500.000 ciascuna, la parte offesa ha corrisposto, all’odierno convenuto, una cifra complessiva di lire 20.000.000.

Il Tribunale di Verona ha ritenuto provata l’accusa sulla base dell’affermata credibilità della parte offesa, che ha fornito una versione dei fatti lineare, coerente, intrinsecamente credibile, avvalorata dalla circostanza della sua determinazione a denunciare i fatti illeciti solo dopo che il sig. BIGARDI era cessato dalla carica di Assessore, a riprova del metuspatito dal sig. Mouadden fintantoché l’odierno convenuto era in carica.

La Procura ha sottolineato come, dalla sentenza penale di condanna, si evinca, altresì, che lo stesso Sindaco del Comune di Casaleone, venuto a conoscenza delle condotte illecite realizzate dal BIGARDI, suggeriva al sig. Mouadden di rivolgersi ai Carabinieri nel caso le richieste di denaro fossero proseguite.

La Corte di Appello di Venezia ha confermato l’accertamento della qualifica di Pubblico Ufficiale in capo al sig. BIGARDI ed ha avallato pienamente la ricostruzione della sentenza di primo grado, fatta salva la riduzione della pena in concreto irrogata.

Tale sentenza ha specificato che: “Rachid, nel rapporto con Bigardi, si presenta quale soggetto debole, trattasi, infatti, di cittadino straniero, che sebbene titolare di un regolare lavoro si trova in una situazione di sudditanza e soggezione nei confronti di colui che, come Bigardi, rappresenta il potere, ragion per cui sentirsi chiedere, indebitamente ed insistentemente del denaro, con la minaccia che, qualora non ottemperi alla richiesta, sarebbe divenuto un ex dipendente, integra a suo danno una vera e propria condotta estorsiva che, posta in essere da un pubblico ufficiale, abusando della propria funzione, configura il delitto di concussione”.

La Corte Suprema di Cassazione ha dichiarato inammissibile il ricorso del sig. BIGARDI in data 18 marzo 2014, condannandolo al pagamento delle spese processuali, con nota pervenuta a questa Procura in data 3 ottobre 2014, prot. n. 6421, mentre la Cancelleria della Corte di Appello di Venezia ha inviato copia del fascicolo contente il materiale probatorio concernente il procedimento penale che ha condotto alla condanna del sig. BIGARDI (doc. 2).

Sollecitato da apposita richiesta istruttoria della Procura, il Comune di Casaleone ha trasmesso una prima nota, pervenuta il 22 luglio 2014, prot. n. 4835 (doc. 3) ed una seconda nota, pervenuta il 12 settembre 2014, prot. n. 5946 (doc. 4), con cui venivano inviate copie dei mandati di pagamento dell’indennità di funzione liquidata al sig. BIGARDI, negli anni di mandato amministrativo 1998-2002.

L’odierno convenuto, ad esito dell’invito a fornire deduzioni rivoltogli (doc. 6), ha depositato in Procura memorie difensive (doc. 7), pur non richiedendo di essere sentito personalmente; deduzioni, tuttavia, non ritenute sufficienti a determinare un mutamento della ricostruzione complessiva della vicenda e degli esiti, con conseguente permanenza dei presupposti per l’esercizio, nei suoi confronti, dell’azione di responsabilità amministrativo – contabile.

In particolare, la Procura ha ritenuto pacifica l’esistenza di un rapporto di servizio, rivestendo il convenuto la qualifica di pubblico ufficiale in ragione della funzione di Assessore ai lavori pubblici svolta presso il Comune di Casaleone.

Deve ritenersi sussistente anche il nesso di causalità tra le condotte dolose concussive e l’evento lesivo comportante danno erariale, accedendo alla teoria della condicio sine qua non ed alla teoria della causalità adeguata o della regolarità causale civilisticamente intesa (Sezioni Unite n. 577 del 2008); condotte che hanno direttamente generato un illecito sanzionato penalmente e, conseguentemente, un danno patrimoniale, sub speciedi danno da disservizio e di danno non patrimoniale all’immagine della Pubblica Amministrazione (Corte di Cassazione, n. 6474 del 2012), dovendosi considerare, gli eventi dannosi, come prevedibile e verosimile come conseguenza delle prime.

Sussisterebbe anche il nesso di causalità tra la condotta e il danno non patrimoniale in ragione del rapporto di immedesimazione come socialmente percepito, che porta normalmente a identificare l’Amministrazione con il soggetto che per essa ha agito, la riconducibilità all’Amministrazione del disvalore legato al grave illecito commesso e la diffusa percezione di essa tra i consociati. Continua a leggere

LICENZIAMENTO PER GIUSTA CAUSA PER I FURBETTI DEL CARTELLINO – CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 10842/2016

licenziamento per giusta causaOggi si parla tanto di furbetti del cartellino, pratica ormai consolidata da tempo che non ha mancato di impegnare anche la Corte di Cassazione, da ultimo con la sentenza del 25.5.2016 n. 10842.
La vicenda esaminata dalla Corte riguarda il licenziamento per giusta causa intimato nel 2008 da Poste Italiane ad un suo dipendente per aver autorizzato un proprio collega a timbrare il suo badge identificativo al fine di far risultare l’entrata in ufficio alle ore 11.35 ed essersi, invece, effettivamente presentato in ufficio alle ore 12.25.
Quell’oretta “trafugata” per la Corte di Appello è stata sufficiente per affermare che il dipendente ha leso irrimediabilmente e gravemente il vincolo fiduciario sussistente nei confronti del datore di lavoro ed è costata cara al dipendente che ha visto rigettare il suo ricorso anche dalla Suprema Corte di Cassazione.
La Suprema Corte ha evidenziato come la Corte d’Appello si sia mossa dal presupposto secondo cui per stabilire in concreto l’esistenza di una giusta causa di licenziamento (che deve rivestire il carattere di grave negazione degli elementi essenziali del rapporto di lavoro ed in particolare di quello fiduciario) occorre valutare, da un lato, la gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all’intensità dell’elemento intenzionale, dall’altro, la proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, stabilendo se la lesione dell’elemento fiduciario su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro sia in concreto tale da giustificare o meno la massima sanzione disciplinare. E ciò anche nell’ipotesi in cui la disciplina collettiva preveda un determinato comportamento quale giusta causa di licenziamento, in quanto l’inadempimento deve essere valutato in senso accentuativo rispetto alla regola generale della “non scarsa importanza”di cui all’art. 1455 c.c.
Tale assunto si basa su una consolidata ricostruzione giurisprudenziale dellanozione di giusta causa nell’ambito del licenziamento disciplinare, in base alla quale, trattandosi dell’applicazione di un concetto indeterminato, l’accertamento deve essere svolto in base agli specifici elementi oggettivi e soggettivi della fattispecie concreta, quali tipo di mansioni affidate al lavoratore, il carattere doloso o colposo dell’infrazione, le circostanze di luogo e di tempo, le probabilità di reiterazione dell’illecito, il disvalore ambientale della condotta quale modello diseducativo per gli altri dipendenti.
In particolare, con riguardo all’alterazione del cartellino marcatempo, i Giudici di Palazzaccio hanno richiamato i precedenti giurisprudenziali per i quali la falsa timbratura del cartellino può rappresentare una condotta grave che lede irrimediabilmente il vincolo fiduciario con il datore di lavoro e può giustificare il licenziamento (vedi Cass. n. 24796/2010 e Cass. n. 26239/2008).

Secondo la Suprema Corte la qualificazione giuridica dei fatti e, nella specie, il giudizio di sussunzione dei fatti contestali nell’ambito della clausola generale della giusta causa è stato, dunque, effettuato dalla Corte territoriale in sintonia con i principi elaborati dalla Corte di Cassazione.

Si legge nella parte finale della sentenza che “la Corte d’appello è pervenuta, quindi, alla decisione di conferma della legittimità del licenziamento intimato dal datore di lavoro – dandone atto, con congrua motivazione – attraverso un’attenta valutazione da un lato della gravità dei fatti addebitati al lavoratore, in relazione alla portata oggettiva e soggettiva dei medesimi, alle circostanze nelle quali sono stati commessi ed all’intensità dell’elemento intenzionale, dall’altro della proporzionalità fra tali fatti e la sanzione inflitta, rilevando che la lesione dell’elemento fiduciario su cui si basa la collaborazione del prestatore di lavoro è stata in concreto tale da giustificare la massima sanzione disciplinare, in conformità con il costante orientamento di questa Corte in materia di cui costituisce coronario il principio dell’autonomia della valutazione di un fatto in sede disciplinare e delle prove ivi accolte, rispetto a quella effettuata in sede processuale“.

Fonte: http://www.ilquotidianodellapa.it/_contents/news/2016/maggio/1464278997688.html

IL DIPENDENTE CHE TIMBRA IL CARTELLINO DI UN ALTRO PUO’ ESSERE LICENZIATO – CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 5777/2015

licenziamento per giusta causaSvolgimento del processo
Con sentenza pubblicata il 28.1.2013 la Corte d’appello di Ancona, pronunziando sull’impugnazione proposta da C.L., ha riformato la sentenza del giudice dei lavoro del Tribunale della stessa sede che aveva dichiarato inammissibile la domanda di quest’ultimo volta all’annullamento del licenziamento intimatogli il 3.2.2011 dalla Carnj Società Cooperativa Agricola e, per l’effetto, pur accertando che il ricorso giudiziale non era da considerare tardivo, ha ritenuto che l’addebito disciplinare era fondato e che la sanzione applicata era proporzionata all’entità del fatto oggetto di contestazione, per cui ha rigettato la domanda del lavoratore. Ha spiegato la Corte territoriale che l’addebito mosso al L. di aver marcato intenzionalmente il cartellino di un collega che sapeva essere assente dal lavoro era un elemento non contestato e tale comportamento integrava una frode atta ad incidere sul sistema dei controlli necessari dei personale, oltre che a compromettere il rapporto fiduciario, per cui l’elusione dei sistemi di controllo datoriale non consentiva di ritenere adeguata una sanzione
conservativa. Per la cassazione della sentenza propone ricorso il L. con due motivi. Resiste con controricorso la Carnj Società Cooperativa Agricola che propone, a sua volta, ricorso incidentale condizionato affidato ad un solo motivo, illustrato da memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c.
Motivi della decisione
Preliminarmente va disposta la riunione del ricorso principale e di quello incidentale condizionato ai sensi dell’art. 335 c.p.c. 1. Col primo motivo del ricorso principale il L. denunzia, ai sensi dell’art. 360 n. 5 c.p.c., l’omesso esame di fatti decisivi dei giudizio, quali il suo ravvedimento operoso e la durata del rapporto contraddistinto dall’assenza di precedenti disciplinari, assumendo che la disamina di tale elementi avrebbe condotto all’accertamento della insussistenza di una lesione definitiva dell’elemento fiduciario. Quindi, il ricorrente contesta l’affermazione della Corte di merito per la quale la sola circostanza della timbratura al posto dei collega assente, avente rilevanza penale e disciplinare, comportava di per sé la perdita del rapporto fiduciario, senza tenere, invece, conto del comportamento riparatorio di esso lavoratore e della sproporzione della sanzione, anche in considerazione dell’assenza di precedenti disciplinari durante l’intera durata del rapporto di lavoro. Osserva la Corte che alla luce della nuova versione della norma di cui all’art. 360 n. 5 c.p.c. applicabile “ratione temporis” nella fattispecie, si è statuito (Cass. Sez. 6 – 3, n. 12928 del 9/6/2014) che “in tema di ricorso per cassazione, dopo la modifica dell’art. 360, primo comma, n. 5), cod. proc. civ. ad opera dell’art. 54 del d.l. 22 giugno 2012, n. 83, convertito in legge 7 agosto 2012, n. 134, la ricostruzione del fatto operata dai giudici di merito è sindacabile in sede di legittimità soltanto quando la motivazione manchi dei tutto, ovvero sia affetta da vizi giuridici consistenti nell’essere stata essa articolata su espressioni od argomenti tra loro manifestamente ed immediatamente inconciliabili, oppure perplessi od obiettivamente incomprensibili.” Orbene, tali condizioni non sono ravvisabili nel caso in esame, avendo la Corte territoriale vagliato attentamente il materiale istruttorio sottoposto al suo esame nel pervenire al convincimento della irrimediabile rottura del vincolo fiduciario, tale da non giustificare in alcun modo la prosecuzione del rapporto di lavoro. Infatti, la Corte ha posto in evidenza, con motivazione adeguata ed immune da rilievi di ordine logico-giuridico, che il medesimo lavoratore aveva ricordato l’elevatissimo numero di dipendenti addetti allo stabilimento e non aveva contestato che il cartellino recava l’espressa
menzione della sua incedibilità e che gli abusi venissero sanzionati a termini di legge, oltre che sul piano disciplinare. In sostanza, secondo la Corte, i dati istruttori offrivano elementi per ravvisare nel comportamento del L. una frode, attuata attraverso la disinvolta violazione delle norme disciplinari e l’elusione dei sistemi di controllo datoriale, che incideva sul sistema dei controlli necessari e tanto più complessi per il rilevante numero dei lavoratori, il cui adempimento agli obblighi contrattuali si trattava di verificare. Oltretutto, l’omesso esame, atto a configurare l’ipotesi del vizio di motivazione nella nuova versione applicabile nella fattispecie, deve riguardare un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti, mentre quelli indicati dall’odierno ricorrente, vale a dire il suo ravvedimento operoso successivo e la mancanza di precedenti disciplinari a suo carico, non denotano il supposto carattere della decisività, mentre gli stessi si rivelano, in realtà, strumentali ad una rivisitazione del merito istruttorio che non è consentita nel giudizio di legittimità, per cui il motivo in esame è infondato. 2. Col secondo motivo, proposto ai sensi dell’art. 360 n. 3 c.p.c., il ricorrente sostiene che la Corte d’appello ha violato e mal applicato l’art. 2119 c.c. e l’art. 2106 c.c., nonché la normativa contrattuale esplicitata nel CCNL per gli operai agricoli e florovivaisti (artt. 72 e 73) ed i relativi contratti provinciali di cui all’allegato F lettera A). In pratica, il ricorrente assume che le previsioni collettive non contemplavano il comportamento contestatogli tra le ipotesi passibili della massima sanzione e, nel contempo, ritiene che, pur a fronte della gravità del fatto addebitatogli, la Corte d’appello avrebbe dovuto valutare la sua condotta nel complesso, ivi compreso il successivo ravvedimento operoso che aveva consentito al datore di lavoro di venire a conoscenza del fatto illecito. II motivo è infondato. Invero, il richiamo alla tipizzazione collettiva degli illeciti disciplinari passibili di licenziamento non fa venir meno la “ratio decidendi” basata sulla rilevata gravità dell’episodio considerato come frode in danno dei datore di lavoro e sulla valutata inidoneità di sanzioni conservative nel caso concreto. Infatti, con congrua motivazione la Corte d’appello, dopo aver adeguatamente valutato i fatti di causa, ha spiegato che la disinvolta violazione delle norme disciplinari e l’elusione dei sistemi di controllo approntati dalla datrice di lavoro rappresentavano sul piano soggettivo degli elementi che comportavano inevitabilmente il venir meno dei rapporto di fiducia in termini incompatibili con la prosecuzione, sia pure temporanea, del rapporto e non consentivano di ritenere adeguata una mera sanzione conservativa. Tra l’altro, come questa Corte ha già avuto occasione di statuire (Cass. Sez. Lav. n. 2906 dei 14/2/2005), “in tema di licenziamento, la nozione di giusta causa è nozione legale e il giudice non è vincolato alle previsioni di condotte integranti giusta causa contenute nei contratti collettivi; tuttavia ciò non esclude che ben possa il giudice far riferimento ai contratti collettivi e alle valutazioni che le parti sociali compiono in ordine alla valutazione della gravità di determinati comportamenti rispondenti, in linea di principio, a canoni di normalità. II relativo accertamento va operato caso per caso, valutando la gravità in considerazione delle circostanze di fatto e prescindendo dalla tipologia determinata dai contratti collettivi, ed il giudice può escludere che il comportamento costituisca di fatto una giusta causa, pur essendo qualificato come tale dai contratti collettivi, solo in considerazione delle circostanze concrete che lo hanno caratterizzato. (Nella specie, la Corte Cass. ha confermato la decisione di merito che aveva ritenuto la corrispondenza del fatto alla previsione della norma contrattuale, ma aveva anche escluso, con congrua motivazione in ordine alla congruità della sanzione disciplinare, che le circostanze concrete con cui esso si era verificato – litigio tra colleghi con passaggio a vie di fatto all’interno dei luoghi di lavoro- fossero tali da limitare, o ridurne, la gravità). (Conf. Cass. Sez. L, n. 27464 del 22/12/2006). In definitiva, il ricorso principale va rigettato. Quanto al ricorso incidentale, formulato per violazione e falsa applicazione dell’art. 12 delle preleggi, dell’art. 6, comma 2, della legge n. 604/1966, dell’art. 32, commi i e 1-bis, della legge n.
183/2010 e dell’art. 2, comma 54, del D.L. n. 225/2010, convertito con legge n. 10/2011, col quale la difesa della Cooperativa contesta la ritenuta tempestività dell’impugnazione giudiziale del licenziamento, si osserva che lo stesso è stato proposto solo in via condizionata all’accoglimento di quello principale, per cui dal rigetto di quest’ultimo consegue l’assorbimento della sua disamina. Le spese di lite dei presente giudizio seguono la soccombenza dei ricorrente principale e vanno poste a suo carico nella misura liquidata come da dispositivo, unitamente al contributo unificato di cui all’art. 13 comma 1 quater dei d.P.R. n. 115 dei 2002.
P.Q.M.
la Corte riunisce i ricorsi, rigetta il ricorso principale e dichiarare assorbito quello incidentale. Condanna il ricorrente principale al pagamento delle spese dei presente giudizio nella misura di € 3500,00 per compensi professionali e di € 100,00 per esborsi, oltre accessori di legge. Ai sensi dell’art. 13 comma 1 quater dei d.P.R. n. 115 del 2002, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dei comma 1-bis dello stesso art. 13.

IL PROCEDIMENTO DISCIPLINARE DEL DIPENDENTE DISTACCATO COMPETE ALL’ENTE D’APPARTENENZA – CORTE DI CASSAZIONE SENTENZA N. 24828/2015

Portland Head Lighthouse

 

 

 

 

 

 

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