PER IL RAGIONIERE E TESORIERE CHE NON CONTROLLANO I MANDATI DI PAGAMENTO E’ DANNO ERARIALE – CORTE DEI CONTI CALABRIA, SENTENZA N. 303/2017

D I R I T T O

  1. Preliminarmente il Collegio dichiara la contumacia della convenuta CURRO’ Mirella Rita, nata a Vibo Valentia, il 17/5/1972, non avendo ella provveduto a costituirsi in giudizio nonostante la rituale notifica dell’invito a dedurre e dell’atto di citazione.

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  1. Va poi esaminata la richiesta di sospensione del giudizio, formulata dalla difesa della convenuta De Sossi, in attesa degli esiti di quello penale pendente innanzi il Tribunale di Vibo Valentia per i medesimi fatti.

 La richiesta non può essere accolta.

Com’è noto, costante è ormai l’affermazione dei principi di autonomia e non pregiudizialità fra il giudizio penale ed il giudizio di responsabilità amministrativa, sia con riferimento agli esiti processuali diversi dal giudicato, sia in relazione a giudizi pendenti, per i quali sussiste autonomia di valutazione del giudice contabile anche con riferimento alle evidenze probatorie maturate nel giudizio penale (Corte dei conti, Sez. I, 14 ottobre 2008, n.426; 3 dicembre 2008, n.532; 19 maggio 2014, n.976).

Ed infatti i limiti dell’efficacia vincolante del giudicato penale ai sensi dell’art. 652 c.p.p. attengono al solo accertamento del fatto materiale, alla sua illiceità penale ed all’affermazione che l’imputato lo ha commesso, rimanendo intatta l’autonoma valutazione del giudice contabile diretta a stabilire se l’accertamento dei fatti quale avvenuto in sede contabile – e quindi sotto profili del tutto diversi da quelli che interessano il giudice penale ai fini dell’accertamento del fatto reato – integri o meno condotte illecite produttive di danno erariale (Cass., SS.UU., 2 ottobre 2008, n.12).

Al riguardo il Collegio non può esimersi dal rilevare che la signora De Sossi nel procedimento penale è imputata del delitto di peculato, mentre nel presente giudizio di responsabilità è convenuta “in via sussidiaria” per omesso controllo sui mandati emessi nel settore Finanziario, sul quale aveva l’obbligo di verifica e  controllo quale dirigente di Area.

Per le medesime considerazioni non sussistono i presupposti per una sospensione necessaria del giudizio di responsabilità – ex art. 295 c.p.c. – nella fattispecie all’esame, non solo per la dimostrata insussistenza di pregiudizialità logico-giuridica, ma anche tenuto conto che l’intero quadro probatorio riversato in atti dalla Procura attrice permette al Collegio di addivenire sin da ora ad una matura e ponderata decisione, risultando le condotte produttive di danno erariale già sufficientemente delineate e provate da quanto emerge dalla documentazione acquisita agli atti.

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  1. In via pregiudiziale va poi esaminata l’eccezione di prescrizione sollevata da entrambi i convenuti costituiti.

La responsabile del Servizio finanziario, signora De Sossi, esclude che l’imputazione di una culpa in vigilando attribuitale dal requirente sia compatibile con l’occultamento doloso del danno, ai fini del decorso del termine prescrizionale; dal canto suo, la difesa del Tesoriere contesta che, per come erano organizzate le modalità di formazione e pagamento dei mandati, possa esservi stato un occultamento doloso, in quanto le condotte della Currò si erano protratte per circa un triennio, producendo molteplici mandati.

L’eccezione di prescrizione è infondata.

Come ricordato dall’attore nella citazione e ribadito all’odierna udienza di discussione, l’occultamento doloso del danno – che, invero, non v’è dubbio ricorra nella fattispecie – comporta il differimento del termine prescrizionale anche nei riguardi dei convenuti per condotte colpose, ogni qualvolta queste ultime abbiano fornito un apporto causale nella produzione del danno insieme a concorrenti condotte dolose. Nella fattispecie il dirigente responsabile dell’area finanziaria viene chiamato insieme ad altri soggetti, a rispondere a titolo di responsabilità sussidiaria rispetto alle condotte poste in essere con dolo dalla convenuta Currò, principale artefice del danno erariale in contestazione.

In questo senso la giurisprudenza della Corte dei conti risulta orientata in maniera costante ed uniforme (cfr. Corte dei conti, Sez. II, n.60/2014, secondo cui va data “continuità all’indirizzo seguito da questa Sezione (Sez. II centr. app. sent. n. 641 del 21.10.2013; Sez. II centr. app., sent. n. 302 del 24.5.2012), secondo il quale la natura oggettiva dei presupposti d’operatività della disciplina del termine d’esordio della prescrizione del danno erariale in caso di occultamento doloso del danno di cui all’art.1 comma 2 L.20/1994 e s.m.i. (ossia la scoperta del danno), ne impone l’applicazione a tutti i concorrenti nel fatto dannoso, indipendentemente dal titolo soggettivo che illumina la condotta che realizza il concorso o la cooperazione e, quindi, anche in caso – come quello in esame – di concorrenti a titolo disomogeneo (dolo/colpa grave).

Di tali principi la Sezione territoriale ha fatto corretta applicazione, ritenendo che il termine prescrizionale deve farsi decorrere, ex art. 2935 cod. civ. dal momento in cui l’amministrazione ebbe contezza dei danni subiti … ossia dal momento della scoperta dell’occultamento doloso del danno.”).

Applicando i suesposti principi nel caso di specie, si ha che il dies a quo del termine di prescrizione decorre, anche per i chiamati a titolo di responsabilità sussidiaria e in concorso con la responsabile principale dott.ssa CURRO’, dal 12.09.2012, data dell’esposto denuncia del rag. Fortunato Sicari (sottoscritto anche dalla De Sossi), con cui l’Amministrazione provinciale veniva notiziata della irregolare emissione di numerosi mandati per prestazioni inesistenti.

L’eccezione di prescrizione va quindi reietta.

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  1. Così delimitato il campo, vanno vagliate partitamente le condotte contestate a ciascun convenuto.

In primo luogo viene in esame la condotta della convenuta CURRO’, alla quale, a titolo di dolo, è imputata la formazione di mandati di pagamento in favore di parenti e congiunti, nonché del coniuge Bruzzano Baldassarre, a fronte di prestazioni inesistenti, con il fine di appropriarsi delle risorse pubbliche indebitamente erogate dall’Amministrazione provinciale.

Ritiene il Collegio che nei confronti della Currò, rimasta contumace nel presente giudizio, siano stati provati tutti gli elementi costitutivi della responsabilità erariale a titolo di dolo, così che è agevole la formazione del libero convincimento di questo Giudice, cui soccorre, ad abundantiam, anche la valutazione di ulteriori elementi, quali l’interruzione del rapporto di lavoro della stessa con l’Amministrazione danneggiata nello stesso giorno in cui veniva da questa diffidata alla restituzione della somma indebitamente sottratta ed il suo repentino trasferimento di domicilio in altro Comune lontano dalla sede di residenza anagrafica.

Gli esiti dell’indagine della Guardia di Finanza, versati agli atti del fascicolo di causa, dimostrano una piena coscienza e volontà del danno, una condotta appropriativa delle risorse pubbliche connotata da dolo, in quanto realizzata attraverso un’attività truffaldina dispiegatasi mediante molteplici macchinazioni ed artifizi.

I falsi mandati emessi in pagamento sono stati, in alcuni casi, falsamente formati dalla stessa Currò, con l’indicazione delle false causali di pagamento e con l’indicazione del numero di conto corrente bancario dei congiunti beneficiari; alcuni di essi recano firme la cui autenticità è stata disconosciuta dai rispettivi apparenti firmatari. Conclusivamente, per la convenuta va confermata integralmente la richiesta attrice. Il danno arrecato dalla stessa è pari all’ammontare dei diciotto mandati pagati per inesistenti titoli giuridici e causali, pari ad euro 1.281.525,70.

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  1. Diverse le posizioni del Responsabile del servizio finanziario, dott.ssa Armanda DE SOSSI e del Tesoriere, Banca MONTE dei PASCHI di SIENA s.p.a, le quali devono essere esaminate con riferimento ai rispettivi doveri di ufficio raffrontati alle condotte materialmente tenute da ciascuno.

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5.1. Quanto alla dirigente De SOSSI, esclusa una sua cooperazione dolosa, il Collegio tuttavia non può che condividere le argomentazioni di parte attrice, ravvisando a carico della convenuta, per la posizione apicale rivestita all’interno del Settore di competenza, un preciso dovere di vigilanza e controllo che, nella vicenda all’esame è stato dalla medesima più volte disatteso, con conseguente addebito di responsabilità gravemente colposa per culpa in vigilando. Depone in tal senso anche l’ulteriore circostanza che la convenuta ha formalmente riconosciuto come propria la firma apposta sui mandati contestati e ciò equivale ad ammettere la sua totale inosservanza dei doveri di controllo che le competevano nella qualità di responsabile dell’Ufficio preposto. Gli artt. 185 del T.U.E.L. e 34 del regolamento di contabilità appaiono sufficientemente chiari nel delineare il contenuto delle attività doverose in capo alla De Sossi, quale Responsabile del Servizio Finanziario, che, se correttamente osservate, avrebbero evitato la produzione del danno, prima fra tutte la verifica della esistenza di un titolo valido giuridico sottostante alla emissione dei mandati.

La prassi – se effettivamente esistente – di non provvedere alla preventiva verifica dei titoli giuridici per i quali il mandato veniva emesso e, quindi, inoltrato al Tesoriere per il pagamento, appare oltremodo perniciosa per l’amministrazione e la De Sossi, esercitando le funzioni di dirigente responsabile dell’Area finanziaria avrebbe perlomeno dovuto contrastarla se non interromperla. Né può valere la circostanza che i mandati da lei firmati fossero numerosi e giornalieri a sminuire la gravità della culpa in vigilando della quale ella si è resa responsabile.

In conclusione, va affermata la responsabilità sussidiaria della convenuta Armanda DE SOSSI. Tuttavia il Collegio reputa equo circoscrivere la responsabilità della Dirigente ai soli mandati di pagamento, irregolarmente emessi, che recano in calce la sua firma autografa e che sono stati prodotti dall’attore ed allegati al proprio fascicolo. Trattasi precisamente del mandato n.1136 del 9/3/2010, per € 87.540,00; del mandato n.1599 del 29/3/2010, per € 86.560,00; del mandato n.3162 del 24/6/2010, per € 98.755,00; del mandato n.3769 del 26/7/2010, per € 78.975,00; del mandato n.488 del 26/10/2010 per € 98.585,00; del mandato n.5539 del 15/12/2010, per € 17.550,00; del mandato n.5 dell’11/1/2011 per € 98.955,00; mandato n.455 dell’8/2/2011 per € 138.750,00; mandato n.1424 del 24/3/2011, per € 148.975,00; mandato n.2886 del 27/6/2011, per € 29.770,00; mandato n.4558 del 18/11/2011, per € 22.800, per il complessivo importo di euro 907.215,00. Rispetto a tale importo la DE SOSSI risponde a titolo di responsabilità sussidiaria fino alla concorrenza di euro 453.500,00, pari al 50% del danno alla cui produzione la medesima ha certamente concorso con la totale omissione di qualsiasi preventivo controllo sui mandati da lei direttamente sottoscritti.

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5.2. Quanto al Tesoriere Banca MONTE PASCHI di SIENA s.p.a. non si pone, ovviamente, un problema di firma autorizzatoria sui mandati, bensì quello di individuare entro quali limiti doveva essere esercitato il suo dovere di controllo, preliminare al pagamento dei mandati stessi.

Il tesoriere, secondo la convenzione di Tesoreria e secondo i principi generali in materia di verifica sui mandati, era tenuto al pagamento dei mandati qualora supportati da tutti i requisiti di forma ivi previsti, dovendosi, in caso contrario, astenere dall’effettuare il pagamento. Più precisamente, il pagamento di spese da parte del tesoriere è vincolato ai principi di cui agli articoli da 216 a 220 del T.U.E.L. i quali impongono una rigorosa verifica sui mandati di pagamento emessi; tale verifica, nella fattispecie, non appare puntualmente svolta, sicché risultano pagati dal Monte dei Paschi alcuni mandati privi dei requisiti di forma di cui all’art.185 del T.U.E.L., il tutto in violazione degli obblighi contrattuali assunti con l’Amministrazione comunale nella convenzione di tesoreria.

Rileva tuttavia il Collegio come non tutte le violazioni indicate dall’attore alle pag.8 e segg. della citazione ed elencate distintamente per mandato di pagamento rilevino ai fini della inosservanza degli obblighi del tesoriere, bensì solo quelle che rappresentano espressa inadempienza alle verifiche dei requisiti, di sostanza e di forma, di cui al richiamato art.185 del T.U.E.L., norma che costituisce integrazione necessaria e vincolante delle norme convenzionali disciplinanti lo svolgimento del servizio di tesoreria.

La giurisprudenza di questa Corte dei conti (Corte dei conti, Sez. giurisd. Abruzzo, 27 febbraio 2014, n.25) ha individuato in materia alcuni punti fermi, che possono essere così elencati:

–       il necessario rispetto del regolamento di contabilità dell’ente, da parte del Tesoriere, discende direttamente dal testo unico enti locali e dalla convenzione di tesoreria, nella parte in cui i regolamenti dell’ente sono comunque richiamati;

–       la necessità di affidamento del servizio di tesoreria a soggetti particolarmente qualificati, cui è richiesta una specifica diligenza professionale e capacità patrimoniale (art. 208 T.U.E.L.), è volta ad assicurare la massima garanzia e tutela all’ente e ai relativi creditori;

–       il mancato rigoroso rispetto delle procedure di riscossione e di spesa, da considerarsi essenziali ai fini della legalità dell’azione amministrativa, è fonte di responsabilità in capo al tesoriere.

A quest’ultimo proposito appaiono destituite di fondamento le difese del tesoriere, più volte ribadite in seno alla memoria di costituzione, per le quali l’assenza di controlli era a monte, cioè in capo all’Amministrazione provinciale, sicché essa avrebbe finito col determinare una sorta di affidamento da parte del tesoriere. In realtà l’assenza di controlli va, sì, imputata all’Amministrazione nel suo complesso ed, in particolare e per come meglio sopra delineato, alla convenuta De Sossi, ma vale a qualificare anche le condotte del tesoriere il quale, dal canto suo, ha colpevolmente omesso quelle doverose attenzioni rispetto alle singole operazioni di pagamento dei mandati palesemente irregolari, finendo con il contravvenire con colposa negligenza ai propri doveri convenzionali.

Nella fattispecie all’attenzione del Collegio vanno quindi enucleati i seguenti mandati di pagamento palesemente privi dei requisiti di forma di cui all’ordinamento:

–    mandato n.1599/2010 del 29/3/2010, privo delle indicazioni del creditore ed, in particolare, del codice fiscale o partita IVA (art.185, lett. e) T.U.E.L.) – cfr. all.4/A, nonché privo della firma del dirigente – cfr. all.4/B, per € 86.560,00. In questo caso le irregolarità andavano rilevate dal tesoriere e non potevano essere sanate attraverso l’emissione di mandati in successione.

–    mandato n.4061/2011 del 6/10/2011, che reca solo l’indicazione e la sigla del “titolare di p.o.” e non del dirigente, per € 14.850,00.

Non possono invece ritenersi irregolari i mandati che recano il codice fiscale del quietanzante anziché quello del creditore, posto che l’art. 5 della Convenzione di tesoreria li prevede come alternativi e non cumulativi, e così pure per quanto riguarda l’indicazione del codice fiscale o della partita IVA. Nemmeno possono ritenersi irregolari i mandati che recano l’indicazione del “subimpegno” posto che nella medesima riga è indicato un provvedimento amministrativo che assolve all’onere di cui alla lett. g) della norma (“la causale e gli estremi dell’atto esecutivo, che legittima l’erogazione della spesa”). Tutti i mandati recano invece la indicazione del capitolo, il che assolve il requisito di forma di cui alla lett. c).

In conclusione la responsabilità sussidiaria del tesoriere può essere limitata alla somma complessiva di € 101.410,00, relativa ai due mandati pagati in carenza degli indispensabili presupposti formali e, quindi, deve ritenersi senza l’esercizio sugli stessi del dovuto controllo da parte del tesoriere, il che integra la condotta gravemente colposa che ne giustifica la condanna in via sussidiaria.

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  1. In conclusione, la domanda attrice merita parziale accoglimento, e pertanto il Collegio dispone la condanna, in via principale e a titolo di dolo, della dott.ssa CURRO’ Mirella Rita al pagamento, in favore dell’Amministrazione provinciale di Vibo Valentia, della somma di euro 1.281.525,70, oltre allarivalutazione monetaria, su base annua e secondo gli indici ISTAT, decorrente dalla data di emissione di ciascuno dei mandati di pagamento; oltre agli interessi legali dal deposito della presente sentenza al soddisfo.

Vanno, altresì, condannati, a titolo di responsabilità sussidiaria e per condotta gravemente colposa, la dott.ssa Armanda DE SOSSI, fino alla concorrenza di euro 453.500,00, ed il tesoriere Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a., fino alla concorrenza di euro 101.410,00. Le spese di giudizio seguono la soccombenza e sono liquidate come in dispositivo.

Per effetto della presente decisione, ai sensi dell’art. 686 c.p.c., il sequestro disposto a carico della dott.ssa CURRO’ Mirella Rita con l’ordinanza n. 65/2016 di questa Sezione giurisdizionale si converte in pignoramento, fino alla concorrenza dell’importo di euro 1.281.525,70 per cui è condanna.

  1. Q. M.

La Sezione giurisdizionale della Corte dei conti per la Regione Calabria, definitivamente pronunciando, ogni contraria istanza, eccezione e deduzione disattesa, ACCOGLIE PARZIALMENTE, nei limiti di cui in motivazione, la domanda attrice e, per l’effetto, CONDANNA, in via principale e a titolo di dolo, la dott.ssa CURRO’ Mirella Rita al pagamento, in favore dell’Amministrazione provinciale di Vibo Valentia, della somma di euro 1.281.525,70, oltre alla rivalutazione monetaria, su base annua e secondo gli indici ISTAT, decorrente dalla data di emissione di ciascuno dei mandati di pagamento; oltre agli interessi legali dalla data di deposito della presente sentenza all’integrale soddisfo.

CONDANNA, altresì, a titolo di responsabilità sussidiaria e per condotta gravemente colposa, la dott.ssa Armanda DE SOSSI, fino alla concorrenza di euro 453.500,00, ed il tesoriere Banca Monte dei Paschi di Siena s.p.a., fino alla concorrenza di euro 101.410,00.

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E’ POSSIBILE INSERIRE L’ANTICIPAZIONE DI LIQUIDITA’ NEL FONDO CREDITI DUBBIA ESIGIBILITA’ RETTIFICANDO IL DISAVANZO – CORTE DEI CONTI SEZIONI RIUNITE SENTENZA N. 21/2017

FATTO

Con deliberazione n. 21 del 23 luglio 2015, il Consiglio comunale di Montalto Uffugo ha deliberato il ricorso alla procedura di riequilibrio finanziario pluriennale ai sensi dell’art. 243-bis del TUEL, a cui ha fatto seguito la deliberazione n. 39/2015 di approvazione del piano di riequilibrio finanziario con decorrenza dall’esercizio finanziario 2015 e per la durata di 10 anni.

A seguito della concessione dell’anticipazione di liquidità di cui al d.1. n. 78/2015, tale piano è stato rimodulato una prima volta, con la deliberazione n. 2/2016 e, successivamente, a seguito di richiesta di chiarimenti istruttori, con deliberazione n. 22/2016.

Sul piano rimodulato per la seconda volta, la Commissione ministeriale si è espressa con la relazione del 10 ottobre 2016.

La Sezione di controllo, alla luce delle risultanze finali contenute nella predetta relazione, nonché della documentazione in atti, con deliberazione n. 111/2016, ravvisava la necessità di acquisire, ai fini del giudizio finale di attendibilità e conformità del piano di riequilibrio pluriennale, ulteriori specifiche integrazioni istruttorie, assegnando, contestualmente, al Comune il termine di trenta giorni per provvedere.

L’Ente, con nota prot. n. 26056 del 28 dicembre 2016, forniva le proprie controdeduzioni e l’aggiornamento dei dati contabili.

Il saldo da finanziare individuato dall’Ente ammontava ad € 23.284.429,57, imputato per il periodo di durata decennale del piano di riequilibrio finanziario.

L’Ente dichiarava, in sede di redazione del piano di riequilibrio, l’esistenza di ingenti debiti fuori bilancio (antecedenti anche all’anno 2013), pari ad € 12.501.458,23 (di cui € 3.547.588,79 relativi a sentenze esecutive), cui dovevano aggiungersi “ulteriori debiti censiti dagli uffici ma ancora in istruttoria o privi del parere dell’Organo di revisione”, quantificati in €1.791.344,00.

La massa dei debiti da finanziare con il piano di riequilibrio, conseguentemente, ammontava ad € 14.292.802,23.

In fase di rimodulazione del piano di riequilibrio, approvata con delibera n. 22/2016, la massa debitoria da finanziare (comprensiva anche delle passività potenziali) veniva quantificata complessivamente in € 14.144.751,46 (di cui € 12.501.458,23 per debiti già riconosciuti ed € 1.643.293,23 per passività potenziali).

Successivamente, in sede di controdeduzioni, l’Ente rappresentava la massa debitoria da finanziare con il piano di riequilibrio per un totale di debiti pari ad € 14.067.862,82, rimodulato nei seguenti termini:

Debiti riconosciuti: € 12.818.587,47 (di cui € 317.129,24 riconosciuti dopo la rimodulazione del piano);

Passività potenziali in corso di istruttoria: € 965.584,04;

Passività potenziali allo stato non ancora riconoscibili: € 283.691,31. Continua a leggere

UTILIZZO DELL’AVANZO DI AMMINISTRAZIONE PER LE PERDITE DELLE SOCIETA’ PARTECIPATE – DELIBERA CORTE DEI CONTI CAMPANIA N. 333/2016

… MERITO

Con specifico riferimento all’oggetto della presente pronuncia, il Collegio ritiene di poter fornire all’amministrazione richiedente indicazioni di principio volte a coadiuvare quest’ultima nell’esercizio delle proprie funzioni ricordando che la funzione consultiva della Corte non deve essere finalizzata a dare indicazioni relative all’attività gestionale concreta, la quale è rimessa alle valutazioni discrezionali di competenza dell’Amministrazione, ma a pronunciarsi solo su questioni di principio aventi carattere generale e dirette a fornire un ausilio all’ente richiedente per le determinazioni che lo stesso ente è tenuto ad assumere nell’esercizio delle proprie funzioni. Al riguardo, il Collegio può fornire indicazioni utili all’Amministrazione per la migliore scelta gestionale. Il risultato contabile di amministrazione costituisce il dato di sintesi dell’intera gestione finanziaria dell’Ente, e nell’ordinamento contabile degli enti locali, è definito, in termini puramente finanziari, dall’art. 186 del Tuel quale somma del fondo di cassa aumentato dei residui attivi e diminuito dei residui passivi al termine dell’esercizio. La disciplina dell’istituto in parola trova una sua più compiuta definizione nell’attuale formulazione dell’art. 187 del tuel, che al comma 1 dispone che “Il risultato di amministrazione è distinto in fondi liberi, fondi vincolati, fondi destinati agli investimenti e fondi accantonati. I fondi destinati agli investimenti sono costituiti dalle entrate in c/capitale senza vincoli di specifica destinazione non spese, e sono utilizzabili con provvedimento di variazione di bilancio solo a seguito dell’approvazione del rendiconto. L’indicazione della destinazione nel risultato di amministrazione per le entrate in conto capitale che hanno dato luogo ad accantonamento al fondo crediti di dubbia e difficile esazione è sospeso, per l’importo dell’accantonamento, sino all’effettiva riscossione delle stesse. I trasferimenti in conto capitale non sono destinati al finanziamento degli investimenti e non possono essere finanziati dal debito e dalle entrate in conto capitale destinate al finanziamento degli investimenti. I fondi accantonati comprendono gli accantonamenti per passività potenziali e il fondo crediti di dubbia esigibilità. Nel caso in cui il risultato di amministrazione non sia sufficiente a comprendere le quote vincolate, destinate e accantonate, l’ente è in disavanzo di amministrazione. Tale disavanzo è iscritto come posta a se stante nel primo esercizio del bilancio di previsione secondo le modalità previste dall’art. 188”. L’ente deve, quindi, provvedere ad effettuare ora una duplice verifica per la quantificazione dei fondi destinati agli investimenti, confrontando le entrate in conto capitale e da accensione prestiti accertate in conto competenza, con le spese in conto capitale impegnate nell’esercizio. La differenza fra le suddette poste costituisce quota destinata agli investimenti. Occorre altresì confrontare gli importi da residui passivi per spese in conto capitale eliminati, con eventuali residui attivi derivanti da entrate in 6 conto capitale e da accensione prestiti eliminati. L’eventuale differenza positiva determina un incremento della quota del risultato di amministrazione da destinare a detto fine. L’avanzo libero, quindi, costituisce una risorsa a carattere residuale, di natura straordinaria con caratteristiche di non ripetitività, almeno nel suo ammontare (l’ipotesi di risultato opposta è contemplata dal richiamato art. 188 del Tuel con riferimento allo scomputo, dal risultato finale, delle quote vincolate, destinate ed accantonate). Ciò spiega le cautele previste dal legislatore in ordine al suo utilizzo. Il comma 2 del precitato art. 187, nella sua attuale formulazione, infatti prevede che “ La quota libera dell’avanzo di amministrazione dell’esercizio precedente, accertato ai sensi dell’art. 186 e quantificato ai sensi del comma 1, può essere utilizzato con provvedimento di variazione di bilancio, per le finalità di seguito indicate in ordine di priorità: a) per la copertura dei debiti fuori bilancio; b) per i provvedimenti necessari per la salvaguardia degli equilibri di bilancio di cui all’art. 193 ove non possa provvedersi con mezzi ordinari; c) per il finanziamento di spese di investimento; d) per il finanziamento delle spese correnti a carattere non permanente; e) per l’estinzione anticipata dei prestiti. La riscrittura dell’articolo è stata posta in essere al fine di garantire il mantenimento degli equilibri di bilancio. Pertanto la facoltà di impiegare l’avanzo libero per il finanziamento di (ulteriori) spese di investimento è espressamente prevista dal legislatore, ed è consentita, con provvedimento di variazione di bilancio, secondo l’ordine di priorità come sopra definito. Va sottolineato quindi che l’ipotesi prospettata dall’ente deve essere attentamente vagliata, atteso il carattere di prevalenza che rivestono eventuali esigenze di copertura di debiti fuori bilancio o di riequilibrio della gestione (Cfr. le ipotesi di cui alle lettere a e b). Resta invariato il comma 3 bis dell’art. 187 del tuel che stabilisce che “L’avanzo di amministrazione non vincolato non può essere utilizzato nel caso in cui l’ente si trovi in una delle situazioni previste dagli articoli 195 e 222, fatto salvo l’utilizzo per i provvedimenti di riequilibrio di cui all’articolo 193”. Infine, sempre con riguardo all’applicazione dell’avanzo di amministrazione accertato con il consuntivo dell’anno precedente rileva il principio contabile applicato della competenza finanziaria (principio 9.2 dell’allegato 4.2) che precisa: “La quota libera del risultato di amministrazione può essere utilizzata con il bilancio di previsione o con provvedimento di variazione di bilancio, solo a seguito dell’approvazione del rendiconto, per le finalità di seguito indicate in ordine di priorità: a) per la copertura dei debiti fuori bilancio; b) per i provvedimenti necessari per la salvaguardia degli equilibri di bilancio (per gli enti locali previsti dall’articolo 193 del T.U.E.L.) ove non possa 7 provvedersi con mezzi ordinari. Per mezzi ordinari si intendono tutte le possibili politiche di contenimento delle spese e di massimizzazione delle entrate proprie, senza necessariamente arrivare all’esaurimento delle politiche tributarie regionali e locali. E’ pertanto possibile utilizzare l’avanzo libero per la salvaguardia degli equilibri senza avere massimizzato la pressione fiscale; c) per il finanziamento di spese di investimento; d) per il finanziamento delle spese correnti a carattere non permanente; e) per l’estinzione anticipata dei prestiti”. Pertanto, alla luce del rinnovato art. 187 T.U.E.L. e del citato principio contabile è possibile individuare “un preciso ordine di priorità per l’utilizzo della quota libera dell’avanzo di amministrazione e la ratio sottesa a detta regola va ravvisata nell’esigenza di garantire la salvaguardia degli equilibri di bilancio. In altri termini la “destinazione” dell’avanzo libero di amministrazione deve essere conforme sia alle finalità sia all’ordine di priorità indicate dal legislatore” (in questi termini cfr. Corte dei conti, sez. reg. di Controllo per il Piemonte n. 15/PAR/2008). Quanto all’utilizzo dell’avanzo di amministrazione “per il ripiano di perdite della società a totale capitale pubblico che gestisce diversi servizi pubblici locali essenziali”, la questione, al pari della precedente e come riconosciuto dallo stesso Ente, “ha notevole incidenza sul bilancio dell’ente e sulla corretta formazione dello stesso”. La questione prospettata deve essere scrutinata alla luce della normativa circa il ripiano delle perdite da parte dell’ente locale dettata dall’art. 14 comma 5 del T.U. in materia di società a partecipazione pubblica (D. lgs. 175/2016) che prevede specifici limiti al riguardo. La disposizione citata infatti specifica che “Le amministrazioni di cui all’articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, non possono, salvo quanto previsto dagli articoli 2447 e 2482-ter del codice civile, effettuare aumenti di capitale, trasferimenti straordinari, aperture di credito, ne’ rilasciare garanzie a favore delle societa’ partecipate, con esclusione delle societa’ quotate e degli istituti di credito, che abbiano registrato, per tre esercizi consecutivi, perdite di esercizio ovvero che abbiano utilizzato riserve disponibili per il ripianamento di perdite anche infrannuali. Sono in ogni caso consentiti i trasferimenti straordinari alle societa’ di cui al primo periodo, a fronte di convenzioni, contratti di servizio o di programma relativi allo svolgimento di servizi di pubblico interesse ovvero alla realizzazione di investimenti, purche’ le misure indicate siano contemplate in un piano di risanamento, approvato dall’Autorita’ di regolazione di settore ove esistente e comunicato alla Corte dei conti con le modalita’ di cui all’articolo 5, che contempli il raggiungimento dell’equilibrio finanziario entro tre anni. Al fine di salvaguardare la continuita’ nella prestazione di servizi di pubblico interesse, a fronte di gravi pericoli per la sicurezza pubblica, l’ordine pubblico e la sanita’, 8 su richiesta della amministrazione interessata, con decreto del Presidente del Consiglio dei ministri, adottato su proposta del Ministro dell’economia e delle finanze, di concerto con gli altri Ministri competenti e soggetto a registrazione della Corte dei conti, possono essere autorizzati gli interventi di cui al primo periodo del presente comma”. Passando, invece, ad esaminare la legittimità dell’utilizzo della quota libera dell’avanzo per la ricapitalizzazione occorre fare riferimento alle norme del codice civile che prevedono un intervento del socio e cioè l’art. 2446 (perdite d’esercizio superiori al terzo del capitale) e l’art. 2447 (perdite d’esercizio che riducono il capitale sociale al di sotto del limite legale). Con riguardo a tali operazioni occorre, in primo luogo, ricordare che, al di là del nomen iuris utilizzato dal legislatore in materia, le operazioni di ricapitalizzazione mediante utilizzo dell’avanzo sono state ritenute illegittime qualora adombrino, di fatto, un ripiano delle perdite d’esercizio croniche (Cfr. Corte dei conti, sez. reg. per il controllo del Piemonte n. 15/PAR/2008). Con tale normativa si focalizza in particolare l’attenzione anche in tema di rapporti finanziari, in quanto l’art. 21 statuisce quanto segue: “Nel caso in cui società partecipate dalle pubbliche amministrazioni locali comprese nell’elenco di cui all’articolo 1, comma 3, della legge 31 dicembre 2009, n. 196, presentino un risultato di esercizio negativo, le pubbliche amministrazioni locali partecipanti, che adottano la contabilità finanziaria, accantonano nell’anno successivo in apposito fondo vincolato un importo pari al risultato negativo non immediatamente ripianato, in misura proporzionale alla quota di partecipazione. Le pubbliche amministrazioni locali che adottano la contabilità civilistica adeguano il valore della partecipazione, nel corso dell’esercizio successivo, all’importo corrispondente alla frazione del patrimonio netto della società partecipata ove il risultato negativo non venga immediatamente ripianato e costituisca perdita durevole di valore. Per le società che redigono il bilancio consolidato, il risultato di esercizio è quello relativo a tale bilancio. Limitatamente alle società che svolgono servizi pubblici a rete di rilevanza economica, per risultato si intende la differenza tra valore e costi della produzione ai sensi dell’articolo 2425 del codice civile. L’importo accantonato è reso disponibile in misura proporzionale alla quota di partecipazione nel caso in cui l’ente partecipante ripiani la perdita di esercizio o dismetta la partecipazione o il soggetto partecipato sia posto in liquidazione. Nel caso in cui i soggetti partecipati ripianino in tutto o in parte le perdite conseguite negli esercizi precedenti l’importo accantonato viene reso disponibile agli enti partecipanti in misura corrispondente e proporzionale alla quota di partecipazione. 9 2. Gli accantonamenti e le valutazioni di cui al comma 1 si applicano a decorrere dall’anno 2015. In sede di prima applicazione, per gli anni 2015, 2016 e 2017, in presenza di adozione della contabilità finanziaria: a) l’ente partecipante a società che hanno registrato nel triennio 2011-2013 un risultato medio negativo accantona, in proporzione alla quota di partecipazione, una somma pari alla differenza tra il risultato conseguito nell’esercizio precedente e il risultato medio 2011-2013 migliorato, rispettivamente, del 25 per cento per il 2014, del 50 per cento per il 2015 e del 75 per cento per il 2016; qualora il risultato negativo sia peggiore di quello medio registrato nel triennio 2011-2013, l’accantonamento è operato nella misura indicata dalla lettera b); b) l’ente partecipante a società che hanno registrato nel triennio 2011-2013 un risultato medio non negativo accantona, in misura proporzionale alla quota di partecipazione, una somma pari al 25 per cento per il 2015, al 50 per cento per il 2016 e al 75 per cento per il 2017 del risultato negativo conseguito nell’esercizio precedente.” Trattasi di una norma che ha recepito le disposizioni di cui all’art.1, commi 550-552, della legge n. 147/2013 (legge finanziaria per il 2014), e che prevede, nel rispetto del principio della prudenza, uno stanziamento figurativo di spesa da far rifluire, al termine di ciascun esercizio considerato, nell’avanzo vincolato, in modo da garantire la salvaguardia degli equilibri di bilancio futuri dell’ente. Il perimetro di applicazione della disposizione sugli accantonamenti comprende aziende speciali, istituzioni e società, indipendentemente dalla quota di partecipazione pubblica, di maggioranza o di minoranza, diretta o indiretta, e postula una specifica modalità di costituzione dell’avanzo vincolato in correlazione alle dinamiche economico-finanziarie degli organismi partecipati. Infatti, la prima situazione comprende l’ipotesi di organismi che hanno fatto registrare una perdita, dopo precedenti bilanci in utile, oppure che hanno riportato un risultato negativo superiore alla media del triennio precedente (peggioramento dei conti). La seconda, viceversa, contempla il caso di una perdita nell’ultimo bilancio disponibile, inferiore alla media del triennio precedente (miglioramento dei conti), cui corrisponde una modalità di calcolo più agevolata degli accantonamenti in parola. E’ chiaro che solo una protratta situazione di disavanzo economico societario, resa evidente da bilanci in progressiva perdita, tale da integrare i presupposti previsti ai sensi del combinato disposto di cui agli artt. 2447 e 2448 del c.c. (come si desume dall’inciso “nel caso in cui l’ente partecipante ripiani la perdita di esercizio o dismetta la partecipazione o il soggetto partecipato sia posto in liquidazione”) rende possibile l’intervento dell’ente pubblico che voglia rimuovere la causa di scioglimento e liquidazione della società. 10 In tal caso l’Amministrazione deve indicare le motivazioni economiche per cui non operi lo scioglimento della società ai sensi dell’art. 2484 c.c., ma si propenda per la ricapitalizzazione. Resta fermo, per l’ente, l’obbligo di alimentare il fondo in parola, che costituisce comportamento di sana gestione finanziaria espressamente codificato dalla norma.

Link al documento: http://www.corteconti.it/export/sites/portalecdc/_documenti/controllo/campania/pareri/2016/delibera_333_2016.pdf

AI CONSORZI DI ENTI PUBBLICI SI APPLICANO LE REGOLE SUL PERSONALE DELLA PUBBLICA AMMINISTRAZIONE – CORTE DEI CONTI LOMBARDIA DELIBERA N. 149/2016

codice degli appaltiIl Consorzio Villa Reale e Parco di Monza soggiace ai parametri previsti dal D.L. 78/2010 convertito dalla Legge 122/2010, nonché a quanto disposto dalla legge di stabilità 2015 in riferimento all’assunzione di personale, anche a tempo determinato e con contratto di lavoro flessibile, con ulteriore obbligo di attivare le procedure di mobilità ricollocando il personale proveniente dagli enti di vasta area.

 

Link al documento: https://servizi.corteconti.it/bdcaccessibile/ricercaInternet/doDettaglio.do?id=1884-24/05/2016-SRCLOM

NUOVI SCHEMI PER LA PUBBLICAZIONE DI BILANCI PREVENTIVI E CONSUNTIVI – DECRETO PRESIDENZA CONSIGLIO DEI MINISTRI DIPARTIMENTO FUNZIONE PUBBLICA N. 139/2016

schemi bilanciModifica del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri del 22 settembre 2014, in materia di definizione degli schemi e delle modalita’ per la pubblicazione su Internet dei dati relativi alle entrate e alla spesa dei bilanci preventivi e consuntivi. (16A04448) (GU Serie Generale n.139 del 16-6-2016).

Link al documento: http://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2016/06/16/16A04448/sg%20%20

CHIARIMENTI IN MERITO A SPESA DI PERSONALE E CONTABILITA’ ARMONIZZATA – CORTE DEI CONTI SEZIONE AUTONOMIE DELIBERA N. 16/2016

spesa personaleArt. 1, comma 557, legge n. 296/2006 – Interpretazione delle vigenti disposizioni vincolistiche in materia di spesa del personale, anche alla luce dell’evoluzione ordinamentale intervenuta per effetto del d.lgs. 23 giugno 2011 n. 118, recante la novella legislativa sull’armonizzazione dei sistemi contabili e degli schemi di bilancio delle Regioni, degli enti locali e dei loro organismi. La Sezione delle autonomie della Corte dei conti, sulle questioni di massima rimesse dalle Sezioni regionali di controllo per la Lombardia e per il Veneto con le deliberazioni n. 78/2016/QMIG, n. 82/2016/QMIG, n. 97/2016/QMIG, n. 101/2016/QMIG e n. 246/2016/QMIG, pronuncia i seguenti principi di diritto: “1. Alla luce della normativa introdotta dalla legge di stabilità 2016 e del nuovo sistema di armonizzazione contabile, deve confermarsi la vigenza e la cogenza delle disposizioni dettate dall’art. 1, comma 557 e ss., l. n. 296/2006, in materia di riduzione delle spese di personale. 2. Secondo la vigente disciplina in materia di contenimento della spesa del personale permane, a carico degli enti territoriali, l’obbligo di riduzione di cui all’art. 1, comma 557, l. n. 296/2006, secondo il parametro individuato dal comma 557-quater, da intendere in senso statico, con riferimento al triennio 2011-2013. 3 Con riferimento al parametro dell’art. 1, comma 557, lett. a), l. n. 296/2006, non è possibile, in mancanza di norme espresse, depurare il denominatore del rapporto spesa di personale/spesa corrente dalle spese di natura eccezionale o, comunque, non ricorrenti che siano dovute a scelte discrezionali degli enti. 4. Il principio contabile di cui all’allegato n. 4/2 al d.lgs. n. 118/2011, punto 5.2, disciplina compiutamente la corretta imputazione degli impegni per la spesa del personale per effetto del passaggio al nuovo sistema di armonizzazione contabile. 5 L’accantonamento al fondo crediti di dubbia esigibilità non è oggetto di impegno e genera un’economia di bilancio che confluisce nel risultato di amministrazione come quota accantonata e conseguentemente non assume rilevanza nella determinazione del denominatore del rapporto spesa del personale/spesa corrente.”

Link al documento: https://servizi.corteconti.it/bdcaccessibile/ricercaInternet/doDettaglio.do?id=1648-05/05/2016-SEZAUT

CONTO ANNUALE 2015 – RAGIONERIA GENERALE DELLO STATO CIRCOLARE N. 13/2016

relazione al conto annualeLa Ragioneria Generale dello Stato pubblica la circolare n. 13 del 15 aprile 2016 contenente le istruzioni per l’acquisizione nel sistema informativo SICO dei dati di organico e di spesa del personale dipendente dalle pubbliche amministrazioni per l’anno 2015 (conto annuale).

La rilevazione in oggetto fa parte dei flussi informativi del Sistema Statistico Nazionale (SISTAN) e coinvolge circa 10.000 Istituzioni pubbliche per le quali l’invio dei dati è obbligatorio.

Le informazioni acquisite attraverso il conto annuale consentono:

  • alla Corte dei Conti di predisporre il referto sul costo del lavoro da presentare al Parlamento ai sensi dell’art. 60 del d.lgs. n. 165/2001 – comprensivo anche del monitoraggio della contrattazione integrativa previsto all’art. 40 bis dello stesso d.lgs. 165 – e di utilizzare le informazioni raccolte per le attività di certificazione degli oneri contenuti nelle relazioni tecniche dei contratti collettivi di lavoro del pubblico impiego stipulati dall’ARAN e dal Governo stesso;
  • al Governo di adottare decisioni di finanza pubblica in tema di pubblico impiego e di quantificare gli oneri dei contratti e degli incrementi retributivi del personale statale non contrattualizzato;
  • all’ARAN di quantificare gli oneri per i rinnovi contrattuali e di predisporre il rapporto sull’evoluzione delle retribuzioni di fatto dei pubblici dipendenti
  • all’ISTAT di predisporre le statistiche sul pubblico impiego;
  • ad altri Organismi pubblici di utilizzare per fini conoscitivi i dati pubblicati sul web;
  • al Parlamento di verificare le relazioni tecniche dei provvedimenti legislativi sul pubblico impiego
  • al Ministero dell’Interno di predisporre le elaborazioni previste dal d.lgs. 267/2000, articolo 95, in materia di Censimento degli Enti locali
  • al Ministero della Salute di predisporre le elaborazioni di competenza sui dati di specifico interesse.

Link al documento: http://www.rgs.mef.gov.it/VERSIONE-I/CIRCOLARI/2016/Circolare_del_15_aprile_2016_n_13.html